Domenico Trentacoste: uno scultore siciliano tra Otto e Novecento

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

 

Nel secondo dopoguerra alcuni artisti che avevano aderito al fascismo per convinzione o solo formalmente – per poter accedere senza problemi alle commissioni – sprofondarono nell’oblio, e la loro riscoperta avvenne lentamente, arrivando a buon punto negli ultimi tre decenni circa. Uno di questi artisti dimenticati è Domenico Trentacoste, nato a Palermo nel 1856 e morto a Firenze nel 1933. Egli fu maestro di scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze (che diresse dal 1914 fino alla morte), dove ebbe come allievo un artista che lo avrebbe superato in fama: Marino Marini.

Trentacoste fu un eccellente medaglista ma qui ci concentreremo sulle sue sculture, e in particolare su due opere monumentali, non prima però di aver ripercorso sinteticamente la sua biografia.

La Douleur by Domenico Trentacoste

Il Dolore, Sepolcro del Colonnello Alexandre Herbillon, Cimitero di Montmartre, Parigi, 1892

Il siciliano, dopo un apprendistato nella sua città d’origine, visse dal 1880 al 1895 a Parigi, dove subì l’influenza di Jean-Baptiste Carpeaux e di Albert Bartholomé. Non rimase insensibile, inoltre, alle suggestioni delle opere di Auguste Rodin, come appare evidente ad esempio nel suo Caino, che riecheggia il Pensatore dello scultore francese. Nel 1891 Trentacoste si recò a Londra su invito del pittore Edwin Long, un’occasione in cui ebbe l’opportunità di far visita all’atelier di Lord Frederic Leighton, a quel tempo presidente della Royal Academy. Leighton strinse amicizia con il siciliano quando questi espose nell’Accademia inglese due sue opere, ottenendo molto successo e notorietà in Inghilterra.

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Gessi di nudi femminili, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, Firenze

 

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Evento cardine per la sua carriera fu la vittoria nel 1895 del premio per la scultura alla prima Biennale di Venezia (oggigiorno vetrina di oggetti ed espressioni pseudo-artistiche), grazie alla Derelitta, una statua in marmo raffigurante una fanciulla nuda, scolpita nel 1893 e oggi al Museo Revoltella di Trieste, e il cui gesso è conservato nella Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze (vedi foto qui accanto). L’artista, avendo riscosso un grande successo, decise di rientrare in patria, stabilendosi a Firenze, la città che aveva visitato in gioventù nel 1878, e dove si era innamorato degli artisti del Quattrocento. Nel capoluogo toscano entrò nell’ambiente dei nazionalisti, a cui faceva capo Enrico Corradini, ed intrattenne un solido rapporto con Ugo Ojetti, giornalista e critico d’arte, che fu suo sostenitore artistico ed intimo amico.

 

 

Trentacoste fu autore di moltissime opere, ma ci limiteremo a menzionarne solo alcune, come il commovente Cristo morto del cimitero delle Porte Sante a Firenze, replicato per una cappella del cimitero di Fraforeano a Ronchis (provincia di Udine), entrambi degli anni Dieci, ed il  gruppo celebrativo scolpito ai lati dell’ingresso della nuova facciata di Palazzo Montecitorio di Ernesto Basile, raffigurante le allegorie del Risveglio e della Vittoria del Popolo italiano, nel 1910-12.

Desideriamo qui porre all’attenzione due monumenti realizzati da Trentacoste negli anni Venti, ovvero dopo le immani tragedie del primo conflitto mondiale, ed entrambi depositari di un messaggio morale e di speranza: il sepolcro del Vescovo Geremia Bonomelli nel Duomo di Cremona (1923) e il Monumento a San Francesco in Piazza Risorgimento a Milano (1927). Nonostante si trattino di opere attualmente pressoché ignorate e ‘opache’, esse esprimono profondi valori. Infatti, nel caso del sepolcro del Bonomelli – figura amatissima da tutta la cittadinanza e dalle autorità cremonesi – sono la memoria e la virtù della carità ad essere alla base dell’opera, giacché l’iscrizione latina che campeggia sulla statua bronzea del religioso recita: «vive ancora, ammonisce e al bene ci sprona»: un invito, dunque, a perseguire la carità e la pietà, principi fondamentali del magistero del defunto vescovo.

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Sul sepolcro di Bonomelli vedi l’articolo pubblicato sulla Strenna dell’ADAFA nel 2018: articolo Sepolcro Bonomelli

 

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L’anelata pace e la riconciliazione sono invece i concetti sottesi al monumento milanese, i quali sono incarnati dall’esempio della semplicità e dall’amore di San Francesco, come dimostra la figura bronzea del santo in cima al pilastro, il quale benedice la città e con l’altra mano invita l’umanità a tornare a Dio.

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Nel basamento del monumento vi sono due bassorilievi: sul fronte San Francesco è presentato come riappacificatore delle genti, con le braccia aperte come in un grande abbraccio; sul retro è rappresentata invece la scena mistica delle Stimmate.

 

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Lo stile e gli schemi iconografici di questi monumenti, è evidente, si basano su riferimenti rinascimentali, come la tomba di Sisto IV dei Pollaiolo, le sculture di Mino da Fiesole, di Bernardo Rossellino, di Donatello e dei dettagli architettonici di Michelangelo; le creazioni di Trentacoste, dunque, si ispiravano ai grandi maestri dell’arte italiana.

Questi sono gli ultimi suoi capolavori, che a molti, nella nostra epoca, potranno apparire retorici e tronfi di citazionismi, ma se li si osserverà con attenzione, sia dal punto di vista delle forme che dei soggetti, si comprenderà che il fine dell’arte di Trentacoste era la continuità con la tradizione, rivitalizzata però da un’interpretazione moderna, elegante, originale rispetto ai gelidi stilemi del Ritorno all’ordine, e sempre attenta alla bellezza dello stile, e soprattutto alla profondità spirituale dei contenuti. Aspetti, quest’ultimi, messi in ombra (o completamente stravolti) dalle sperimentazioni, dalla ricerca di rottura, dall’attrazione dell’astratto e dell’impenetrabile presenti nelle esperienze dell’avanguardia  –  benché la dimensione spirituale, dobbiamo chiarirlo, fosse centrale anche in artisti come Kandinskij e Mondrian, ma era interpretata secondo una nuova concezione, ed espressa non più attraverso codici comprensibili al comune sentire (la comunicazione al cuore e alla mente del contemplante era fondamentale per Trentacoste), ma secondo forme e visioni totalmente inedite ed ermetiche, pur rimanendo di grande fascino.

Non esiste ad oggi un catalogo completo delle opere di Trentacoste, né è stata mai progettata una mostra monografica a lui dedicata. Nei depositi della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze sono conservati, oltre a tutti i gessi delle sue opere, molti documenti (tra cui la corrispondenza con i committenti) relativi alla sua attività artistica, che ho avuto modo di consultare e di studiare per la mia tesi magistrale. Ritengo che una personalità come quella del Trentacoste meriti di essere conosciuta, e che le sue bellissime opere vengano scoperte e apprezzate da tutti, e nuovamente studiate dagli specialisti.

Domenico Tr

Ritratto fotografico di Domenico Trentacoste da giovane, autore ignoto

 

 

P.s.: Fornisco una bibliografia recente ed estremamente essenziale: Raffaele Monti, Domenico Trentacoste, in Scultura Toscana del Novecento, Firenze 1980, pp. 329-331; Giovanna De Lorenzi, Su alcune sculture di Domenico Trentacoste, «Artista», 1990, pp. 192-207; Arte d’Europa tra due secoli: 1894-1914. Trieste, Venezia e le Biennali, a cura di M. Masau Dan, G. Pavanello, catalogo della mostra, Trieste 1995, pp. 335-336; Flavio Fergonzi, Auguste Rodin e gli scultori italiani (1889-1915), in «Prospettiva», 89/90, 1998, p. 40-73.

6 pensieri su “Domenico Trentacoste: uno scultore siciliano tra Otto e Novecento

  1. Gentile Policarpo,
    le immagini del monumento funebre del vescovo Bonomelli sono di sua proprietà?
    Nel caso me le può fornire in alta definizione per una pubblicazione?

    Grazie.

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      1. Sto raccogliento il materiale iconografico per un testo su arte e Chiesa nel XX e XXI secolo che uscirà il prossimo anno.
        Se lei è d’accordo, le chiedo la gentilezza di concedermi l’uso di una delle due foto (se è disponbile in alta risoluzione) citando il suo copyright.

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    1. Se le foto sono in originale così piccole è impossibile utilizzarle per una pubblicazione a stampa. Peccato.
      Cercherò comunque un’alternativa per inserire l’opera nel libro.

      Grazie e saluti, TG

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