Edward Hopper a Bologna: considerazioni sulla mostra a Palazzo Fava

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

L’esposizione dedicata a Edward Hopper a Palazzo Fava, nel cuore di Bologna (apertasi il 25 marzo e visitabile fino al 24 luglio 2016), si dipana su due piani ed ha luogo nelle antiche stanze splendidamente affrescate dai Carracci e dai loro allievi Francesco Albani e Bartolomeo Cesi a fine Cinquecento; le 58 opere, provenienti dal Whitney Museum di New York, sono raccolte in sezioni che delineano, più o meno cronologicamente, le tappe salienti della carriera dell’artista.

Sembra che vada di moda stroncare le mostre più in vista – quasi come se fosse un vezzo snobistico per darsi un’aria da esperti – ma riteniamo questo atteggiamento inutile, giacché in un contesto così poco educato all’arte moderna e contemporanea, come quello italiano, è già un buon risultato offrire una mostra accessibile e comunicabile a tutti, e non per forza strutturata solo per gli specialisti e gli storici dell’arte. Abbiamo apprezzato la scelta di non sovraccaricare l’esposizione, e dunque di aver selezionato delle opere emblematiche e, soprattutto, meno scontate, dal momento che vi sono presenti lavori che permettono di avere un’ampia ed eclettica panoramica su Hopper, a cui contribuisce anche l’aver portato a Palazzo Fava non solo dipinti, ma anche acquarelli, carboncini, acqueforti e incisioni.

Passiamo ora alle sintetiche considerazioni sulla mostra e all’analisi di alcune opere.

I cortili, gli ambienti chiusi, silenziosi ed intimi sono tra le prime opere esposte, messe a confronto subito dopo con temi invece en plain air: sono questi i soggetti caratteristici dell’esperienza parigina durata una decina di mesi, tra il 1906-1907 (benché Hopper fece altri viaggi nella capitale francese), in cui, soprattutto per i soggetti all’aperto, si ravvisano dipendenze dalla pittura impressionista, aspetto che aveva esplicitato lo stesso artista: «io sono ancora un impressionista, credo», specificando anche di appartenere però a un «impressionismo modificato», ovvero declinato secondo una propria visione e personale interpretazione.Notiainterno n ymo nei suoi paesaggi urbani parigini, pennellate sciolte e una peculiare attenzione per la luce, oltre che a una “semplificazione” delle forme, come diceva egli stesso in merito alla sua pittura.

Tra i pittori francesi amati da Hopper va annoverato Edgar Degas: lo si avverte nel sensuale Interno d’estate del 1909, dove una ragazza seminuda giace ai piedi di un letto disfatto, o nel delicato Interno a New York degli anni Venti, dove una ragazza ritratta di spalle è intenta a cucire.

 

L’esperienza nella capitale francese culmina in un quadro appositamente sottolineato dall’allestimento, dato che è stato isolato su un pannello: Soir bleu del 1914, uno degli oli più grandi mai eseguiti dall’americano. Vi sono rappresentati sette personaggi sulla terrazza di un caffè, ognuno assorto nei propri pensieri. I loro volti sembrano maschere, e la presenza di Pierrot sembra confermare questa intenzione; gli occhi delle figure sono completamente neri, vuoti, chiusi alla comunicazione. L’opera fu molto discussa, infatti Hopper la arrotolò e la nascose, e venne riscoperta nel suo studio quando egli morì. Potremmo interpretare tale opera come una sottile critica alla cultura edonista ed epicurea di Parigi, contrapposta all’impostazione più moralista e rigida dell’America di Hopper. L’artista aveva descritto non a casa la Ville Lumière come un luogo abitato da una «folla amante del piacere che vuole solo divertirsi non come a New York dove tutti pensano solo a “far soldi”» – forse anche una critica al suo stesso paese?

soir bleu hopper

 

L’altro filone presentato nell’esposizione è quello dei paesaggi americani, forse il più noto all’interno della sua produzione. In quegli spazi sterminati e solitari si intravede una certa sensibilità nel descrivere anche le stagioni, come si vede dai colori e dalle forme delle foglie sugli alberi. Hopper immortala pescherecci, porti, stazioni, luoghi dimenticati e mesti, e la sua arte sa renderli estremamente evocativi e di impatto. Vi sono esposti alcuni quadri raffiguranti i fari del Maine, come Il faro a Two lights del 1927; quello del faro era uno dei soggetti prediletti dell’americano, il quale li rappresentava in tutto il loro candore, e imprimendo loro una solennità come se avesse raffigurato degli antichi monumenti. Un dettaglio particolare è che il pittore non raffigurava mai il mare, ma si concentrava esclusivamente sulla struttura e sulla bellezza poetica del faro. Ne il Porto di Gloucester e in altre opere si vedono pennellate in cui sopravvive ancora l’eredità francese, dacché vediamo analogie formali con lo stile di Cézanne.

faro hopper

 

Queste sono le opere che hanno reso Hopper celebre, e che lo hanno identificato come il maggior pittore di paesaggi americani.

Sono esposti non solo paesaggi e ameni temi della natura, ma altresì – se si passa all’ultimo piano – studi di case, palazzine, condomini squallidi, e poi interni di uffici, di ristoranti e di teatri. Dunque tali opere ci illustrano come l’artista esplori l’ambiente americano, sia nei suoi aspetti eleganti, mondani, o legati alla quotidianità e al lavoro. Gli studi e i dipinti in mostra raffiguranti edifici, case, ville, e la loro aria velatamente enigmatica, hanno persino ispirato le scene e le ambientazioni dei film di Hitchcock.

La dialettica tra natura e civiltà si manifesta in uno studio a carboncino e gessetto bianco su carta del 1940, in cui si vede in primo piano un addetto che sta chiudendo la pompa di un distributore di benzina, e sullo sfondo una infinita boscaglia: il pittore visualizza il confine tra il mondo dominato dall’uomo moderno e dalle sue invenzioni e la dimensione misteriosa della natura selvaggia.

hopper_milanoLa mostra si conclude, sempre all’ultimo piano, con il dipinto scelto come locandina della mostra, ovvero Secondo piano al sole del 1960, in cui sono mostrate due case in tralice, e sul balcone di una di esse vi sono due figure femminili: una sofisticata signora anziana intenta a leggere e una giovane ragazza in costume che si sporge dal parapetto. Sono due personaggi dai caratteri opposti (o complementari) in cui forse si è voluto rappresentare le due facce della stessa medaglia della società americana: una più ponderata e impostata, l’altra più aperta e gaudente. Questo dipinto che chiude il percorso espositivo, contrasta fortemente con le opere iniziali, che abbiamo detto essere intimiste e soprattutto più francesizzanti. Utilizzare le categorie di realismo o iperrealismo sarebbe un po’ riduttivo, o non applicabile a tutto il suo corpus: le atmosfere create da Hopper sono sospese, melanconiche, le pennellate non descrivono con estenuata perspicuità, ma descrivono immagini interiormente rielaborate.

Hopper, con le sue ideazioni e i tagli che ha dato alle ambientazioni raffigurate, ha influenzato il cinema (non a caso era ammirato da Wenders), la letteratura, e la fotografia. Probabilmente può essere considerato uno degli artisti americani più popolari e di spessore, almeno nell’ambito delle ricerche figurative parallele a quelle dell’avanguardia e delle neo avanguardie del dopoguerra, insieme ad un altro grande rappresentante di quel filone come Norman Rockwell. Per approfondire la sua vita e la sua poetica vi consigliamo il saggio di Yves Bonnefoy: Edward Hopper, la fotosintesi dell’essere, traduzione di Caterina Medici, edito dall’Abscondita. La mostra bolognese a lui dedicata, nonostante non sia stata troppo ambiziosa, ha presentato al pubblico italiano diverse sfaccettature della personalità artistica del pittore statunitense, e riteniamo che si debba continuare su questa strada, ovvero dando spazio anche a linguaggi non allineatisi alla pop art e agli astrusi minimalismi e concettualismi con cui gli Stati Uniti sono stati protagonisti nella storia dell’arte del Novecento.

hopper foto

 

 

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