Le fotografie di Silvana Giordano e alcuni pensieri sui fiori nell’arte

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

I fiori, nel corso dei secoli, hanno assunto nelle arti visive diverse valenze di significato: dopo esser stati a lungo simboli alludenti a concetti religiosi o al destino, come nel Medioevo e nel Rinascimento, divennero gradualmente un genere a se stante, incorporato spesso in quello della natura morta; Il tema floreale, ormai autonomo, si sconnesse allora da altri soggetti o venne impiegato nella decorazione di tipo artigianale (si pensi alle carte da parati disegnate da William Morris). Nonostante i mutamenti iconologici subiti, il fiore ha sempre incarnato due profondi contenuti: icastico emblema della bellezza e, allo stesso tempo, simbolo della sua caducità e transitorietà. Nel Novecento furono innumerevoli gli artisti che dipinsero questo ‘antico’ soggetto: Ghiglia, Donghi, De Pisis, e tra gli avanguardisti  Nolde, Picasso, Mondrian; tuttavia il più sublime cantore dei fiori rimane, a nostro avviso, Giorgio Morandi.

Oscar Ghiglia, Magnolia, 1935 ca.; Piet Mondrian, Crisantemo, 1900

 

Il fiore è stato oggetto di studio e di interesse anche da parte di grandi fotografi: con gli scatti dell’americano Imogen Cunnigham, così intensi e delicati, potremmo confrontare i lavori di un’artista dei nostri giorni dedicati appunto a questo soggetto, e che abbiamo deciso di presentarvi e farvi conoscere tramite il blog ARTEOGGI.

 

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Imogen Cunngham, Due calle, 1925

 

Silvana Giordano, nata ad Agrigento nel 1964, ha vissuto a Certaldo per un certo periodo ma attualmente risiede e lavora a Torino. Per esprimersi artisticamente ha fatto ricorso a molteplici tecniche e a differenti linguaggi: si è dedicata alla creazione di gioielli e di ceramiche, alla pittura su seta, nonché all’arte digitale. Svolge inoltre l’attività di curatrice, ha diretto una galleria a Firenze e si è occupata dell’organizzazione di eventi artistici e al suo mercato.

 

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14543459_664426413735006_1416064557_nLa Giordano fa uso di fotocamere diverse, impiegando principalmente una professionale Canon EOS 5D, oppure una Canon compatta, ma non disdegna di utilizzare – ottenendo esiti di qualità – anche l’iPhone. Ci spiega il suo metodo e la sua poetica così: << il mezzo non è importante, anche se ciò dipende dal tipo di lavoro che stiamo realizzando, ed è quello di cui parlo durante le mie lezioni. Alcune volte organizzo degli appuntamenti in cui parlo di come la fotografia sia appunto un linguaggio. Uno scatto è in grado di sostituire molte parole, ed inoltre ci si può “curare” attraverso questo mezzo. A breve, per esempio, comincerò a realizzare un progetto che si chiamerà “dialogo muto”: Io sarò lo strumento attraverso il quale delle persone, potranno esprimere cose non dette o che non riescono a tirar fuori con le parole, allora il loro corpo parlerà ed io immortalerò il loro dialogo con il ” fuori”>>.

 

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Oltre ai fiori, su cui in questo articolo ci concentriamo, i soggetti che la fotografa siciliana predilige sono il paesaggio, i  ritratti, i nudi e spettacoli di danza; ha lavorato molto sull’autoscatto facendo delle mostre al riguardo, e una sua passione e metodica di lavoro è quella di fotografare per strada, cogliendo così momenti di vita e della quotidianità.

14527446_664426420401672_132320635_nLe foto della Giordano, che qui riportiamo, sono di ragguardevole raffinatezza e ispirano un senso di contemplazione, di sospensione e soprattutto di desiderio di vita. I fiori sono posti spesso contro sfondi scuri o candidi, in maniera da sottolinearne le forme e per farli apparire in una dimensione oltre il tempo; essi vengono raffigurati nella loro interezza, ma a volte la fotografa si abbandona a uno sguardo più ravvicinato per scrutarne così i particolari, come la superficie dei petali, o le ombre tra un petalo e l’altro. Il fiore, più che essere osservato e considerato un mero oggetto inanimato da ‘registrare’, è un elemento attivo; infatti sembra offrirsi all’obiettivo, o meglio alla contemplazione dello spettatore, come se volesse profondere, sbocciando e aprendosi totalmente, il proprio profumo e il proprio naturale e semplice splendore: così è infatti la vera bellezza, libera da fronzoli o complicate e fredde ricercatezze formali.

 

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Chi pensa che il concetto della bellezza o che i temi del passato e della tradizione, come i fiori appunto, siano zavorre o retaggi da superare e denigrare in nome della modernità e dell’impegno militante – uno dei soliti argomenti è che siano cose kitsch, come se invece le trovate di Koons o Cattelan fossero altissime creazioni – è spesso chi è prigioniero di una visione materialistica, gelida e solipsistica dell’esistenza; questi critici o amatori del nuovo scrutano con obbligato interesse le ritrite, monotone e insensate opere contemporanee (che poco hanno saputo aggiungere alle esperienze delle prime avanguardie). Chi intende strappare all’arte il suo antico compito di emozionare e di esprimere l’indicibile e il mistero attraverso la raffigurazione della natura stessa o dei suoi ‘doni’ – come vediamo nelle soavi fotografie di Silvana Giordano – , deve allora ritenere superata anche l’umanità stessa, rinunciando altresì ai propri bisogni non materiali (che solo l’arte, la letteratura, la musica ecc possono offrire): bisogni detestati e considerati ‘robe’ da romantici e demodé. Queste necessità spirituali (fateci passare questo termine controverso) sono in realtà insite nella natura umana, e mai nessuno riuscirà a sradicarle.

Grazie a Silvana Giordano.

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