Arte contemporanea: voci discordi e spunti di riflessione

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

Quando Gillo Dorfles, in Ultime tendenze nell’arte d’oggi. Dall’informale al neo-oggettuale, sostiene che lo stigma nei confronti dell’arte contemporanea provenga sostanzialmente da «qualche critico retrogrado» (p. 12) pecca di superficialità e di chiusura intellettuale. Benché costituiscano una nicchia di voci minoritarie, all’interno di un panorama critico favorevole alle correnti artistiche odierne – o loro complice –, gli esponenti del filone “scettico” e, a volte, aspramente contrario, stanno venendo sempre di più allo scoperto attraverso la pubblicazione di saggi e di articoli di differente ispirazione, ma accomunati da una profonda cognizione di causa, checché ne dica Dorfles. È interessante constatare che tra di loro non si annoverano solo storici dell’arte o esperti del campo, ma anche uomini di cultura, letterati e giornalisti, e il moltiplicarsi di queste pubblicazioni si contrappone a quella di altrettanti testi che, al contrario, la difendono (vedi Lo potevo fare anch’io di Francesco Bonami), o che hanno come scopo, attraverso un taglio divulgativo, quello di renderla più comprensibile e accettabile al grande pubblico e ai non esperti (vedi Capire l’arte contemporanea di Angela Vettese).

 

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Opera dei fratelli Jake e Dinos Chapman

 

Tale dibattito rappresenta, a nostro avviso, un fatto epocale: infatti se in passato, a causa del continuo mutamento di gusto, le correnti più moderne si contrapponevano a quelle precedenti arrivando anche a stroncarle, e alcuni critici condannavano determinati stili o intere epoche  – come è capitato ai Primitivi, al Barocco, o ad artisti come il Caravaggio, riscoperto e riabilitato solo nel Novecento-, si affaccia ora all’orizzonte una questione riguardante non il giudizio di valore, o semplicemente la qualità tecnica e stilistica. Si sta mettendo in dubbio se una certa espressione sia arte o non lo sia, e soprattutto ci si interroga profondamente, per la prima volta, non solo sulla sua essenza (su cui si medita da secoli), ma su cosa non è arte e su cosa o chi minaccia la sua intima sostanza e il suo senso. Questo evento non va né ignorato né sottovalutato.

Data la vastità del tema citeremo e tratteremo sinteticamente solo alcune di queste personalità recensendo brevemente i loro lavori col fine di farli conoscere e di invitare alla loro lettura.

L’ideale capostipite di questa linea di pensiero può essere considerato, noi crediamo, lo storico dell’arte austriaco Hans Sedlmayr (1896-1984), le cui tesi, esposte in Perdita del centro del 1948, potrebbero essere accusate tuttavia dai puristi della storia dell’arte di trascendere le questioni più prettamente storico-artistiche, dato che la sua indagine si avventura in una sfera di tipo spirituale ed esistenzialista, risultando a tratti apocalittico, nonostante la serietà argomentativa. In sintesi il nucleo del pensiero di Sedlmayr è che la degenerazione manifestatasi nell’arte dell’Otto e del Novecento (interpretata come una progressiva malattia), sia la conseguenza della perdita di contatto dell’uomo con la dimensione divina, evento che ha condotta la pittura, la scultura e l’architettura a svincolarsi dalla loro intrinseca missione di trasmissione di valori religiosi e spirituali, riducendoli così a tramutarsi in meri oggetti estetici, e facendo dell’arte un problema solo di stile. Giovanna De Lorenzi, docente presso l’Università di Firenze, ha messo in luce, in una recente recensione del libro pubblicata nel «Bollettino della Società di Studi Fiorentini», come l’oblio subito dalla figura di Sedlmayr, mai citato come fonte o dichiarato come riferimento da parte di molti critici di oggi – che hanno indubbiamente proseguito le sue analisi –, abbia origine dalla diversità dei punti di vista e di visioni relative alla concezione dell’uomo: per Sedlmayr, infatti, l’uomo è potenzialmente immagine di Dio ed è inserito in un ordine universale, e di conseguenza l’arte, che unisce forma e contenuto, deve mostrare attraverso la raffigurazione dell’uomo, la sua bellezza e la sua dignità, che gli derivano da una sfera superiore. L’arte, secondo questa lettura, è pertanto vettore di un messaggio di tipo spirituale e morale – idee, queste, che nella nostra epoca post-industriale, laicizzata e asservita alla tecnologia e al materialismo appaiono ormai estranee e totalmente superate.

 

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James Ensor, La mort et les masques 1927

 

Angelo Crespi, giornalista presso «Il Foglio» e «Il Giornale», è autore di Ars Attack, un pamphlet polemico e cinico in cui le questioni artistiche vengono affrontate ora con una certa banalità, ora con incisiva e brillante provocazione. L’autore conia per l’occasione il termine sgunz per definire tutte le nuove trovate degli artisti di oggi, che per lui non hanno più niente a che fare con l’arte come era intesa nel passato: «Dal punto di vista estetico, questo (non) oggetto o rappresentazione deve ignorare il più possibile l’idea di bellezza, di ornamento, di funzione. Dal punto di vista gnoseologico, venendo meno il rapporto tra forma e contenuto, esso possibilmente non deve avere significati certi, semmai significati ulteriori, non univoci, e difformi rispetto alla forma utilizzata quand’anche si possa in via residuale parlare di forma. Lo sgunz in sostanza è (o non è) un oggetto, deve massimamente tendere all’orripilante, all’informe, all’insensato (meglio se tutto insieme), deve essere il più nuovo possibile (questo è imprescindibile), deve autodefinirsi come “arte” e avere un pubblico che pur non capendone la portata plaude entusiasta al suo valore» (pp. 20, 21). Insistendo sul tema dei valori estetici stravolti, e sul tramonto dell’orizzonte etico dell’arte (aspetto onnipresente nell’arte da millenni), Crespi scrive: «Lo svilimento di ogni altra produzione umana che miri alla bellezza e al senso, la mancanza di trascendenza, la morte di Dio sono concause di un sistema di orrore e nonsense per cui l’arte non salva più dal male, semmai lo preannuncia festante, l’arte non è più composizione dell’informato, kosmos, bensì esaltazione del caos, l’arte non è più essere, ma nulla» (p. 50).

 

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Damien Hirst, In nomine Patris 2004-2005

Jean Clair è, secondo noi, il più famoso e arguto tra le voci discordanti. Infatti i suoi saggi Critica della modernità, ma soprattutto De Immundo indagano con chiarezza e sottigliezza i tratti rilevanti del fenomeno, e lo denunciano con disarmante franchezza: «mai l’opera d’arte è stata così cinica e ha così amato sfiorare la scatologia, la lordura e l’oscenità» (p. 23). Lo storico dell’arte francese avverte nel clima odierno una certa «attrazione per il cadavere» (p. 22): constatazione che riassume la principale caratteristica della ricerca Post Human, iniziata negli anni Novanta e ancora in corso – e forse al suo culmine–, dato che la sua “poetica” è la principale linea dell’arte contemporanea, che ha causato il gratuito ed ossessivo spiattellamento dell’orrore, dell’abiezione e della morte, come è esplicitato nelle foto di Andres Serrano, nei video di Natalie Djurberg ecc. Questa corrente ha dato forma (informe) ai fondali più oscuri e bassi dell’uomo (si osservino le trovate di Maurizio Cattelan, Dinos e Jake Chapman, Damien Hirst, Kiki Smith, Jeff Koons). Altri elementi vengono sottolineati da Clair come caratterizzanti di questa pseudo-arte: lo «svilimento ancor più generale di ogni produzione umana che non sia quella immediata, del proprio organismo», e la «potenza profanatrice dell’istituzione» (pp. 29-30), aspetto, quest’ultimo, in nuce nelle avanguardie storiche di un secolo fa, e oggi a dir poco sfacciato e ipocrita, visto che sono le istituzioni stesse e i poteri forti a finanziare musei e progetti della nuova “arte”.

 

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Still di un video di Nathalie Djurberg (Strozzina, Palazzo Strozzi a Firenze 2013)

 

Criticare l’arte contemporanea non vuol dire necessariamente essere nostalgici del passato, e la soluzione alla sua evidente deriva non è ripristinare le iconografie, i soggetti, e le forme del passato – sebbene queste irripetibili esperienze rappresentino delle conquiste da cui è impossibile prescindere, come hanno ben compreso artisti come Igor Mitoraj (scomparso due anni fa), Roberto Ferri e Giovanni Gasparro. L’arte deve rispondere, e solo essa può soddisfare, a dei bisogni e a dei desideri non materiali che sono immortali nell’anima umana. Si potrebbe obiettare che le ricerche contemporanee, attraverso lo shock e l’orrido, intendano far denuncia e critica della società, far riflettere, porre domande e scuotere le coscienze; questi compiti importanti possono adempierli, in maniera più adeguata e completa, testi e libri di sociologia, di storia, di cronaca, iniziative educative e politiche ecc. L’arte, noi crediamo, ha un’altra missione, ossia quella di toccare particolari tasti dell’anima, legati all’emozione, al sentimento, all’estasi, alla trascendenza, al mistero, alla contemplazione; quelli della coscienza, della ragione e dell’analisi, appartengono invece a un’altra sfera.

 

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Roberto Ferri, Amore piange sulla tomba di Psiche 2013

 

«In questi tempi di miserie onnipresenti, violenze cieche, catastrofi naturali o ecologiche, parlare di bellezza può sembrare incongruo, sconveniente e persino provocatorio. Quasi uno scandalo» così scrive il poeta e docente cinese, naturalizzato francese, François Cheng, nel saggio Cinque meditazioni sulla bellezza del 2006, in cui tale concetto viene indagato attraverso la comparazione tra la cultura occidentale e quella cinese. L’autore è convinto dell’importanza di questo bisogno e di questa aspirazione umana, e tale idea è il fil rouge di tutto il libro e delle sue riflessioni: «nel profondo della sua condizione tragica, è in realtà dalla bellezza che egli [l’uomo] attinge senso e gioia» (p. 22).

 

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Francesco Ciusa, Il bacio 1922

 

<<La bellezza salverà il mondo>>, così fece dire Dostoevskij al principe Miškin ne L’idiota. Innumerevoli potranno essere le interpretazioni di questa frase, ma tale affermazione ci impone una profonda riflessione e una speranza; si tratta di una questione aperta anche oggi, anzi attualissima: forse, l’atavica idea della bellezza, potrà guidarci nella nostra ricerca, e nel nostro impegno nell’evitare che il mondo scivoli nell’orrore e nella sua autodistruzione – non semplicemente materiale, ma morale e spirituale.

(Articolo del 1 maggio 2016, rivisto e accorciato per i 6 mesi del Blog ARTEOGGI).

Grazie a tutti.

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5 pensieri su “Arte contemporanea: voci discordi e spunti di riflessione

  1. Conosco molto poco l’arte contemporanea, quindi ho letto con interesse queste tue considerazioni. Ci sono molti spunti di riflessione, ma credo che come in ogni epoca, l’arte tende a precorrere il suo tempo e ad esprimersi in un modo che i più arrivano a capire ben dopo.
    a proposito della considerazione conclusiva con la citazione di Dostevskij, vorrei aggiungere una frase di Alda Merini, poetessa che amo: “La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”.
    Complimenti per gli articoli, sono capitata qui per caso e ne sono contenta, Pina

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    1. ciao cara Pina, ti ringrazio per il tuo commento e son contento che l’articolo ti abbia stimolata a fare ulteriori riflessioni. Rispondo a quel che hai detto: sicuramente la storia ci dirà – più avanti – se le linee contemporanee avranno avuto un senso e se rimarranno nella storia stessa… L’arte, a mio avviso, parla e comunica nel tempo in cui vive, forse arrivando in maniera diversa all’intelligenza e al cuore di ognuno; le opere di Masaccio, Michelangelo e di altri grandi artisti arrivavano allo spirito dell’uomo più umile e ignorante, questa è vera arte. L’arte non è fatta per gli storici dell’arte e la critica (come spesso accade oggi), ma è fatta per l’uomo. Se ti fa piacere ti linko l’altro articolo di critica che ho pubblicato di recente, fammi sapere il tuo pensiero. Buona serata. Alessio https://arteoggiblog.wordpress.com/2017/03/21/pensieri-sparsi-sullarte-contemporanea/

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      1. E’ verissimo ciò che dici, però ci sono stati anche molti casi di movimenti che hanno faticato a farsi accettare e che poi hanno trovato largo consenso, come per gli Impressionisti. Grazie per la tua risposta e per il link che sicuramente leggerò. A ri-leggerti, Pina

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