Pensieri sparsi sull’arte contemporanea

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

«Voi bianchi siete perduti […] non avete un senso, uno scopo, una direzione», così un aborigeno australiano redarguisce Lance Hackett, geologo incaricato di trivellare la terra ritenuta sacra dai popoli indigeni, nel film Dove sognano le formiche verdi di Werner Herzog del 1984; quel dialogo disvela la divaricazione tra un mondo che crede ancora e che ha una memoria, e un mondo che ha perso se stesso. I mutamenti osservabili nell’arte degli ultimi cent’anni e più non sono legati, pensiamo, esclusivamente ad aspetti visivi, formali e relativi al gusto; un altro genio tedesco, Friedrich Schlegel aveva già previsto nel lontano 1794 la metamorfosi dell’arte in senso visivo, ma alludendo anche a una dimensione trascendente i valori formali – il termine «obiettivo» da lui usato può farcelo supporre:  «se la direzione va più verso l’energia estetica (invece che sull’obiettivo), il gusto, che si abitua sempre più ai vecchi stimoli, desidererà stimoli sempre più forti e più intensi, e passerà presto al piccante ed al sorprendente. […] il sensazionale, sia esso avventuroso, disgustoso o mostruoso, è l’ultima convulsione del gusto morente, dell’arte morente» (Sullo studio della poesia greca). Schlegel, critico e filosofo, aveva sorprendentemente intuito la futura traiettoria storica dell’arte, dunque del suo decadimento causato dallo slittamento dall’elemento meramente estetico a quello anti-estetico. L’arte contemporanea, infatti, ormai assoggettata al marketing, alla pubblicità e alle logiche di mercato deve sempre stimolare l’attenzione, ricorrendo allo shock gratuito per far parlare di sé (vedi le trovate di Cattelan o di Hirst): le correnti di oggi non vogliono trasmettere dei valori, ma perseguono lo scandalo sia per far parlare di sé, in modo che le loro ‘opere’ vengano acquistate per cifre assurde, sia per compensare la mancanza di veri contenuti. Noi crediamo – riallacciandoci all’affermazione citata nell’incipit – che la degenerazione dell’arte dipenda sì da questioni economiche, sociali e culturali, ma soprattutto da fattori profondi legati all’interiorità dell’uomo, alla perdita della trascendenza o – in termini laici – allo smarrimento di valori culturali ed etici; pertanto il degrado riguarda sia la forma che il contenuto. L’arte sta riflettendo il ripiegamento in se stesso dell’uomo e la sua inarrestabile caduta nel materialismo.

chapman

Jake & Dinos Chapman, Il latte della debolezza umana II (particolare)  2011

 

64.1700a.b.c

Francis Bacon, Tre studi per una Crocifissione 1962

 

Oltre alla mostruosità adombrata da Schlegel, emerge imperante anche un altro elemento: la morte; infatti l’arte contemporanea ne è perdutamente attratta, tanto da poter parlare di ‘passione’ per la distruzione dell’integrità del corpo umano, per il cadavere e per le budella. Vi ravvisiamo quasi una sorta di assuefazione alla morbosità dell’uomo nei confronti degli aspetti necrofili e abbietti, per cui l’arte diviene specchio delle bassezze umane, e non più percorso di elevazione e di conforto. Hans Sedlmayr – uno storico dell’arte a cui dobbiamo far riferimento per gettar luce e comprendere tali fenomeni – aveva intuito questo risvolto; parlando degli idoli – illusori punti di riferimento, come la scienza o il progresso, che secondo lui dominerebbero nella civiltà secolarizzata dimentica di Dio e di principi assoluti – il critico austriaco ne identifica uno alquanto singolare: «Se si osserva più attentamente, si scoprono alcuni altri idoli, che però non contribuiscono sostanzialmente a determinare la fisionomia complessiva dell’arte moderna. Fra essi, il più grande dovrebbe essere la morte; vi è qualcosa che assomiglia ad un culto della morte. Ma questa è un’ipotesi che lasciamo cadere» (La rivoluzione dell’arte moderna). Il critico non osò scandagliare quell’inquietante lettura, eppur tuttavia oggi sappiamo quanto egli avesse ragione: lo testimoniano la proliferazione del teschio nelle arti visive e nel design – sulla scia di For the love of God di Hirst-, le sculture di Kiki Smith che assomigliano a cadaveri, le foto di salme di Serrano, la putrefazione mostrata in alcuni video di Nathalie Djurberg. La scontata obiezione sostiene che in realtà tutta l’arte del passato abbia sempre parlato di morte: sì, certo, ma era affrontata da una prospettiva diversa. Ad esempio l’iconografia dell’Et in Arcadia ego, quindi la rappresentazione del teschio in un contesto ameno, incarnava un profondo concetto legato all’inconsistenza della vanitas, alla fragilità e alla transitorietà dell’esistenza umana. Lo scheletro raffigurato da grandi artisti, come Masaccio, Bruegel e Bernini, costituiva un monito morale ed era inserito in un discorso che aveva come fine una riflessione sull’uomo e sul suo destino – non vi era, come oggi, gratuita morbosità e compiacimento necrofilo.

Andres-Serrano-The-morgue-death-by-drowing-II-1992-bizzarrobazar

Andres Serrano, The morgue – death by drawing 1992

 

 

 

Nathalie Djurber, Turn into me 2008

 

Le attuali ricerche, va notato, rientrano in due diversi filoni. Infatti non individuiamo solo una corrente abominevole, di cui abbiamo poc’anzi parlato, ma ne esiste anche una più mentalista e asettica – una siffatta scissione ha scavato ancora di più l’abisso tra forma e contenuto, tra carne e spirito: elementi, questi, che la vera arte, aveva invece sempre saputo fondere e far dialogare. Ci sembra utile la categorizzazione presentata nel libro Tre domande di Renata De Fusco e Raffaella Rosa Rusciano, un saggio nel quale sono distinte due linee: una viscerale, caratterizzata da fattori antiestetici e contrari al piacere, in cui possiamo far confluire le ricerche Post Human, e ‘artisti’ come Damien Hirst e i fratelli Chapman; ed una linea razionale, basata sull’eudemonismo (ovvero l’aspirazione dell’uomo alla felicità), filone in cui possono essere annoverati espressioni come la performance, la critica istituzionale e il concettualismo – quest’ultima è sicuramente una corrente meno ‘pericolosa’ e ‘allarmante’, ma di certo fuoriesce dalla sfera dell’arte. Sempre in questo saggio, inoltre, si analizzano in maniera concisa i diversi caratteri dell’arte contemporanea, che la rendono invisa alla critica discorde e incompresa dal pubblico: l’eclissi dell’orizzonte religioso e morale, l’odio della natura, la disumanizzazione, lo scadimento tecnico e stilistico, la violenza ecc.

80th action - 1984

Hermann Nitsch, 80th action 1984

***

La vera arte è quella che, attraverso l’immagine della figura umana, degli oggetti e dei momenti della vita, è in grado di condurci in un viaggio al di là di noi stessi, oltre la fisicità e oltre i nostri limiti corporei, per elevarci, consolarci, per schiuderci il mistero della bellezza; e ciò, non attraverso astrazioni mentali, ma attraverso gli elementi del mondo e grazie a un messaggio intelligibile. Dunque l’uomo come carne e spirito, l’arte come unione di forma e di contenuto profondo, e depositaria di un significato spirituale. L’anarchia dell’avanguardia, invece, ha fatto sì che l’arte si immischiasse e strabordasse in sfere altre: la moda, il marketing, la scienza, la tecnologia, l’ingegneria, la politica. D’altro canto questa nuova arte, paradossalmente, ci fa precipitare sull’arte stessa, in una assoluta tautologia. Ci fa sbattere contro la nostra fisicità, contro i nostri limiti, ci squaderna i nostri orrori, le nostre miserie, ci spiattella il nostro essere mera carne, ci fa sbattere sulla superficie di noi stessi. L’uomo, secondo l’attuale visione, è solo carne, e l’arte è solo arte, ripiegata su se stessa, prigioniera di se stessa.

L’arte autentica è un’aporia: attraverso la tecnica, la disciplina ed il lavoro ci porta al di là di noi stessi, ci promette un orizzonte ulteriore; non rinuncia a comunicare al contemplante, giacché la sua essenza è trasmettere, attraverso la mimesis e la bellezza, un messaggio e un significato. Al contrario l’anarchia avanguardista non conosce regole, non si regge su una base, non ha passato, non ha limiti, rifiuta e si chiude alla comunicazione; essa esplode nel caos, e permette che la sua pseudo-arte viva per se stessa, per il suo mercato, per i suoi critici sostenitori, per l’ego dell’inventore, ma non per l’uomo.

tumblr_lu8libgBT51qei3cco1_500

Robert Rauschenberg, White painting 1951

 

L’uomo occidentale, rinunciando a una dimensione ulteriore rispetto al dato oggettivo e alla materia, ha rinunciato a sperare e a immaginare, ha trasformato l’arte in uno specchio delle miserie del proprio mondo. L’arte per lui non è più una guida, una consolazione o una rivelazione. Per millenni l’arte ha dato all’uomo la chiave per una dimensione al di sopra della contingenza, ha promesso all’uomo la possibilità di andare al di là dei propri limiti fisici; è stata una luce in un mondo segnato da malattie, da povertà, dal dubbio e dall’ignoranza. Oggi, grazie alla scienza, abbiamo la presunzione di avere tutte le risposte, e abbiamo smesso di credere in un bisogno spirituale. L’arte, oggigiorno, ci fa sbattere il naso sulla superficie delle cose, soprattutto su quelle più crudi e terribili, e ci fa sprofondare negli abissi delle nostre paure.

12-maurizio-cattelan-untitled-2009-photo-zeno-zotti_300x200mm

Maurizio Cattelan, senza titolo 2009

Concordando con Sedlmayr e con altri intellettuali come Elemire Zolla – autore di un difficilissimo saggio intitolato Cos’è la tradizione – dobbiamo constatare che l’uomo di oggi, dopo aver rinunciato al suo passato e al suo bisogno di àncore, ha perso il suo ‘centro’, non ha più uno scopo, non ha un obiettivo elevato o metafisico, proprio come aveva asserito l’aborigeno al signore bianco che voleva distruggere il suo santuario nel film di Herzog. Le abiezioni dell’arte contemporanea riflettono lo smarrimento interiore dell’uomo occidentale, la sua rinuncia alle vette più alte del suo spirito, e ci mostra un’involuzione drammatica che sembra inarrestabile.

Su questi temi vedi anche:

https://arteoggiblog.wordpress.com/2016/11/01/arte-contemporanea-voci-discordi-e-spunti-di-riflessione-2/

http://www.ilmalpensante.it/la-morte-va-di-moda/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...