Claudio Bravo, artista cileno, e la realtà nell’arte

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

La discussione sulla rappresentazione realistica nell’arte, attualmente, è considerata superata e di poco interesse, sia nelle correnti visive contemporanee che nella critica loro sostenitrice – e chiunque osasse dibattere sul tema verrebbe tacciato di ignoranza o di conservatorismo. Noi riteniamo che la causa del problema sia l’ottica da cui si riflette su tale aspetto: la mimesis, ossia la verosimiglianza naturalistica, non è il fine dell’arte, ma è invero il mezzo attraverso cui l’arte trasmette al contemplante un contenuto, fatto di emozioni, valori e significati; è la premessa – unica, a nostro avviso – su cui si basa la comunicazione, l’intelligibilità e la possibilità di comprensione da parte del pubblico. Se l’arte rinuncia a questo elemento (si verifica tuttora dal tempo delle prime avanguardie) rischia di rinchiudersi in un fascinoso mondo solipsistico, di grande enigmatica eleganza ed ardita sofisticatezza, certo, ma incomunicabile al cuore umano più umile e fine a se stessa.

spolverino rosso e vasetti di farmacia 1996

Spolverino e vasetti di farmacia, 1996

 

Claudio Bravo Camus, nato nel 1936 a Valparaiso, in Cile, ha tenuto presente per tutta la vita il fondamento della realtà nella sua pittura. Di umili origini, egli riuscì a studiare disegno e pittura per un certo periodo col pittore accademico Miguel Venegas Cifuentes, ma fu sostanzialmente un autodidatta; sviluppò una personalità artistica completa che lo portò alla fama internazionale. Egli era anche un ballerino, nonché un eclettico collezionista: la sua raccolta comprendeva sculture romane, opere di Andy Warhol, di Francis Bacon, antiche lacche cinesi e vetri romani, sculture di Botero, Rodin e mobili contemporanei. A Concepción Bravo conobbe il filosofo Luis Oyarzún, autore di saggi sull’arte contemporanea che influenzarono le sue ricerche e il suo linguaggio. Nel 1961 si trasferì a Madrid, dove il dittatore Franco gli commissionò un ritratto; Bravo lavorò anche durante la restaurazione della monarchia dipingendo ritratti alla famiglia reale. Nella capitale spagnola, così possiamo supporre, egli studiò l’arte del passato esposta al Prado, come Zurbarán e Velazquez. Nel 1968 ricevette un invito da Ferdinand Marcos, ex presidente delle Filippine, per ritrarre lui e sua moglie, Imelda Marcos.

Evento cardine della vita di Bravo fu il trasferimento in Marocco nel 1972, ove visse, tra Tangeri e Tarouadant, per 37 anni fino alla sua scomparsa nel 2011, sopraggiunta a causa di un attacco epilettico. I colori, le atmosfere e i volti del popolo del paese nordafricano saranno tra i principali soggetti delle sue opere.

annunciazione (vanitas) 1992

Annunciazione (Vanitas), 1992

 

 

AUTORUTRATTO 1970

I temi dipinti da Bravo dichiarano che la sua arte non perseguiva – come spesso una superficiale critica ritiene – vacui virtuosismi o compiacimenti tecnici: la dimensione che egli creava nelle sue opere era costituita dalla cultura, dalla storia, dalla vita e dalla bellezza, lo vediamo infatti nei busti antichi, negli strumenti da lavoro rappresentati e nei personaggi in costumi tradizionali. Il pittore cileno confessò questa impostazione nel suo Autoritratto del 1970, in cui si rappresentò come l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci: egli riconfermava l’idea rinascimentale dell’uomo come misura e centro del mondo, come unione di ragione, sentimento, spirito e corpo, legati tra loro grazie alla bellezza e all’ordine – un’immagine così remota dalle opere del clima di quegli anni, segnata dai rigagnoli della Pop art e dell’arte povera, nonché dal concettualismo e dal minimalismo. La figura umana è e deve essere soggetto della pittura: la sua integrità, la sua armonia, la sua potenza sono alla base di tutte le arti visive, giacché esprime la grandezza dell’uomo, ed il suo mistero di unione inscindibile di anima e carne; le correnti contemporanee lo hanno invece sfigurato, assassinato, smembrato, dichiarando così la morte dell’uomo, e che la vita non è altro che putrefazione e distruzione – un approccio, questo, pericolosissimo, dato che regge il nichilismo e alimenta la totale indifferenza per il dolore e per le tragedie. Inoltre, tornando a osservare il quadro del 1970, lo sguardo di Bravo è rivolto verso il cielo: è infatti dalle vette più alte dei pensieri e delle idee, e da una sfera trascendente e spirituale, che giunge la vera ispirazione artistica.

 

Natura morta con ladrillos 1992

Natura morta con mattoni, 1992

 

mortai 1982

Mortai, 1982

 

In alcune sue nature morte – un soggetto frequentissimo della sua produzione – vi sono piccoli busti antichi, che, oltre a testimoniare il suo interesse collezionistico, rivelano l’idea del pittore sudamericano che l’arte non può cancellare la memoria del suo passato, e che lo splendore dell’antico, malgrado frammentario e lacunoso, ci parla ancora. Il modo in cui descrive i frutti, i materiali e i tessuti svela suggestioni caravaggesche o ricordi dei bodegones (nature morte) della pittura spagnola del Seicento. Di grande intensità e fascino sono i personaggi nordafricani rappresentati nei costumi tradizionali, dagli occhi scuri e profondi, i cui panneggi e i volti sono accesi dalla luce calda di quella terra, il Marocco, che aveva innamorato Bravo, come in passato Delacroix, Matisse e Klee.

Mesaoud e suo figlio 1976

Mesaoud e suo figlio, 1976

 

Non si osserva una pedante analisi realistica, fredda e positivista, ma ravvisiamo al contrario un’atmosfera incantata, una realtà non di meri oggetti, ma di oggetti che evocano dei momenti precisi, la quotidianità, il lavoro manuale e artigianale (come suggeriscono i mortai e le tele), una realtà di figure che comunicano col proprio sguardo e il proprio corpo. Il realismo di Bravo non ha niente di materialistico e non si traduce in registrazione del dato inerte, ma è un realismo di grande poesia e suggestione: il suo linguaggio, basato su dettagli scrupolosi e perspicui, serve a mostrare il mondo che conosce e che lo circonda, gli oggetti che parlano della sua vita, della sua ricerca, del suo lavoro, dei suoi interessi, attraverso una penetrazione e una resa precisissima che rivelano una mente attenta e desiderosa di non trascurare nessun particolare, poiché fondamentale per trasmettere all’osservatore la sua visione del tutto. E’ un realismo che accoglie in sé anche personaggi o storie antiche, in una immaginazione nutrita di citazioni colte e legati alla storia o alla fede.

 

Cabeza de joven” 1987

Testa di giovane, 1987

 

Il dominio della tecnica e la raffinatezza formale delle opere di Claudio Bravo mostrano soprattutto il suo impegno, la fatica e il lavoro quotidiano, secondo metodi del passato e della tradizione: «Il mio contributo all’arte è fare il miglior lavoro possibile. Penso che oggigiorno gli artisti non lavorino ma improvvisino, comprano un oggetto, lo capovolgono ed ecco una scultura! Penso che il solo esempio che posso mettere in atto per i giovani artisti per un lavoro di qualità, è che sono un uomo che lavora duramente». Il pittore cileno non si basava su fotografie, ma dipingeva sempre davanti a dei modelli dal vivo – un modo di procedere in cui egli credeva fermamente e che lo spingeva a rifiutare l’etichetta riduttiva di iperrealista. Questo è in fondo l’essenza della capacità artistica: il realismo, ribadiamolo, è un mezzo, mentre lo scopo primario è quello di svelare l’essenza della vita nei suoi aspetti più edificanti, ma anche in quelli più commoventi, più effimeri e più umili; l’arte è pertanto custode di ciò che è destinato a svanire: la bellezza del mondo e la bellezza umana.

 

il flautista 1990

Il flautista, 1990

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Madonna e santi, 1979-80

2 pensieri su “Claudio Bravo, artista cileno, e la realtà nell’arte

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