Sulle opere di Fausto Pirandello

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

 

da75217debd519b7b183c34077991aafFiglio del celebre scrittore siciliano, Fausto Pirandello nacque a Roma nel 1899, e fin da giovanissimo manifestò una spiccata vocazione per l’arte, che sperimentò risentendo inizialmente dell’influenza dei pittori che gravitavano nell’ambiente culturale della casa del padre: Camillo Innocenti e Armando Spadini; Fausto meditò altresì sulle opere dell’espressionismo e del post impressionismo, conosciute grazie alle mostre della Secessione romana, viste dal 1913 al 1916. All’età di 21 anni, in procinto di iniziare la sua carriera d’artista, il figlio dello scrittore si orientò verso la pittura, accantonando perciò – anche per motivi di salute – la scultura, che tanto aveva praticato in precedenza sotto la guida di Sigismondo Lipinsky e di Ettore Ximenes; dunque il giovane iniziò a frequentare le lezioni tenute da Felice Carena presso la Scuola d’Arte degli Orti Sallustiani. Pirandello dimostrò un notevole talento, giacché arrivò a partecipare alla Biennale romana nel 1925 e a quella di Venezia l’anno seguente. Dal 1927 al 1930 andò a Parigi assieme a Giuseppe Capogrossi, ove rimase colpito e suggestionato dalla pittura di Cézanne e di Braque; in quel periodo, il nostro artista, ebbe contatti coi pittori italiani che formavano la cosiddetta École de Paris, tra cui Campigli, Severini, De Pisis, De Chirico e Savinio. Quella nella capitale francese, ove espose anche delle sue opere, fu un’esperienza cardine per la sua poetica, in particolare quella caratterizzante gli anni Trenta, avversa al classicismo e al mero accademismo.

 

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Ritratto di Luigi Pirandello, 1936

 

Tornato a Roma Fausto si avvicinò alla Scuola romana – chiamata da Roberto Longhi scuola dei “Pittori di Via Cavour” – e poi al gruppo gravitante intorno alla galleria “La Cometa”, decidendo tuttavia di rimanere sempre autonomo, consacrandosi in tal modo a una sua ricerca totalmente personale. Espose alla Quadriennale di Roma del 1935 e del 1939 – in questa edizione ebbe nientemeno che una propria sala espositiva. Pirandello rielaborò il novecentismo e lo interpretò in una chiave metafisica ed arcaizzante, tenendo sempre presente la realtà quotidiana. Nel secondo dopoguerra la sua arte virerà verso forme e linguaggi di matrice cubista – in particolare guardando a Georges Braque.

 

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Paesaggio romano, 1940

 

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I pastori, 1934

 

Questo affondo nella realtà cruda, nel mondo indagato senza idealizzazioni o retorica, fece addirittura sorgere dubbi o sospetti da parte di personalità che dell’arte avevano una sola concezione (ossia prigioniera e piegata a strumento di propaganda): infatti, un suo quadro, Siccità del 1937 – ispirato ai contadini che il pittore osservava in un paesino alle porte di Roma, Anticoli Corrado, ove egli passava le estati – irritò alquanto Benito Mussolini, dal momento che sia il soggetto, nonché il rosso e il giallo impiegati nel quadro, sembravano alludere a idee sovversive e aliene all’impostazione del fascismo; tuttavia, spiegherà poi Pirandello, quelle spighe gialle dovevano simboleggiare le fiamme del purgatorio.

 

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Siccità, 1937

 

Aspetti caratteristici del suo linguaggio sono la spazialità instabile, la forma imprecisa, la ruvidezza delle superfici e degli incarnati scuri, una materia pittorica che sembra fermentare, e l’arcaismo delle figure e della composizione. A proposito dell’aspetto ‘squamato’ delle superfici di oggetti e figure, il grande storico dell’arte Giulio Carlo Argan così commentava: «un lento, sorvegliato disfacimento delle cose, un sofferto immedesimarsi della materia pittorica, un disgregarsi della realtà come nella contemporanea narrativa del primo Moravia» (L’arte moderna. Dall’Illuminismo ai movimenti contemporanei, Firenze 1997, p. 346). Il disfacimento di cui parla Argan è evidente, certo, ma è solo incipiente in questa fase: dagli anni Cinquanta lo sfaldarsi della forma sarà ancora più accentuato, ma non raggiungerà mai i livelli terrificanti che vedremo in pittori come Francis Bacon; la distruzione formale, come sappiamo, arriverà alle estreme conseguenze nel dopoguerra con l’Informale, l’Espressionismo astratto e altri filoni neo-avanguardisti.

 

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Nudo, 1937-38

 

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Palestra, 1934-35

 

Un altro critico d’arte, Paolo Fossati, ha riassunto in maniera efficace la poetica di Pirandello con queste parole: «ossessività figurativa, e un disincanto visivo, del tutto privi di elegia, di intoppi emotivi, con una preziosità di tono che sottolinea l’amara opulenza delle figure e il senso di disordine della loro vitalità» (Storia dell’arte italiana, III v., Il Novecento, Torino 1982, p. 224). L’artista rifletteva molto sulla sua ricerca, soprattutto sulla libertà che egli perseguiva e allo stesso tempo sulla responsabilità nei confronti del pubblico; infatti così egli scriveva in una autopresentazione: «…il divertimento più grande è stato quello di premeditare l’abolizione delle mie convenzioni e di avventurarmi nel campo degli esperimenti, rifacendo a grado a grado la scala delle possibilità mie e dell’oggetto; e poi membro a membro l’organismo del quadro nelle sue necessità. Ed è stata questa un’edificante perdita di tempo. Ho provato così ad uscire dal casuale e dall’occasionale, per quanto mi fosse possibile e per quanto ne valesse la pena. E direi che i risultati non m’interessano più, se non temessi di essere frainteso»

 

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Donne sulla scala, 1934

 

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Le indossatrici, 1945

 

La raffinatezza di questo pittore, noi crediamo, si svela nelle atmosfere impregnate di una silenziosa melanconia, in ambienti in cui languono personaggi stregati da un senso di indolenza: creature che sembrano prefigurare quelle dipinte da Lucian Freud, ove più marcatamente si avverte la pesantezza e l’inerzia dei corpi. Sono atmosfere struggenti, enigmatiche a volte, quelle create da Pirandello, sia che egli rappresenti paesaggi romani, interni domestici, di palestre, di botteghe, sia scene che si svolgono in spiaggia o in campagna.

***

Dopo la fine della seconda guerra mondiale il cambiamento di rotta di Pirandello, da un’ottica stilistica, è palese: un mutamento coerente con il suo percorso basato sulla sperimentazione e sulla continua indagine dei mezzi espressivi; paradossalmente notiamo una sorta di ‘conservatorismo’ per quanto riguarda i soggetti, dato che i temi, in questa nuova fase, sono quasi sempre gli stessi affrontati prima – soggetti che tra l’altro appartenevano ancora alla cultura artistica otto-noventesca. A questo punto tuttavia – fedeli all’approccio neo umanistico e tradizionalista del blog – non possiamo più seguirlo, malgrado non si possa che stimare una personalità così dinamica e complessa.

 

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Bagnanti, 1970 circa

 

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Liquori e zuccheriera, 1960 circa

 

Abbiamo scelto di parlare di questo pittore sia perché Pirandello non è ancora noto al grande pubblico, ma soprattutto perché, così riteniamo, egli costituisce un esempio di via di mezzo, anzi una sorta di coagulatore, tra istanze anticlassiche d’ avanguardia e intenti di saldo riferimento alla realtà e alla figura umana; egli dunque fuggì – almeno nella prima metà del XX secolo – dai due estremi che in quel tempo sviarono spesso l’arte dalla sua precipua missione: due estremi opposti che rinchiusero l’arte o nel mentalismo più astruso e incomunicabile, o nell’accademismo più stucchevole e stanco. Questa via di mezzo, come abbiamo visto, sarà parzialmente abbandonata da Pirandello a favore di un più marcato riferimento alle avanguardie.

Il nostro pittore scomparve nel 1975; sulla sua opera sono stati scritti diversi libri e di recente, tra il 2013 e il 2014, gli è stata dedicata una mostra ad Agrigento, città natale del padre, presso le Fabbriche Chiaramontane: “Fausto Pirandello – Il tempo della guerra (1939-1945)”. Con questo breve articolo ci auguriamo che la conoscenza delle sue opere non sia di esclusivo appannaggio degli specialisti e dei critici d’arte, e che il nome di Fausto Pirandello diventi maggiormente noto e familiare anche al grande pubblico.

 

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Foto del pittore del 1960 circa

 

 

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