Mimmo Paladino a Brescia e divagazioni sull’arte

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

Nel centro cittadino e in alcuni musei di Brescia sono state installate 72 opere di Mimmo Paladino, perlopiù sculture monumentali pubbliche e statue, offerte gratuitamente alla città in occasione della mostra «Ouverture», apertasi il 5 maggio e fruibile fino al 6 gennaio del 2018. L’artista è stato già protagonista di simili imprese – a tratti megalomani – in alcuni luoghi pubblici: si ricordino i blocchi di marmo in cui erano impianti lavori bronzei in Piazza S. Croce a Firenze nel 2012, o precedentemente, nel 1995, in Piazza Plebiscito a Napoli la grande montagna di sale (costituita da cemento, vetroresina e pietrisco) in cui erano inseriti trenta cavalli di legno – una titanica installazione replicata in Piazza Duomo a Milano nel 2011.

 

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Nato nel 1948 a Paduli, vicino a Benevento, Paladino è noto come uno dei maggiori esponenti di quella corrente, creata e sostenuta dal critico Achille Bonito Oliva tra gli anni Settanta e Ottanta, denominata Transavanguardia, basata – in sintonia con le concezioni del postmodernismo – su un «attraversamento della nozione sperimentale dell’avanguardia»: l’artista, in nome della libertà di vagare tra le epoche, può attingere a più linguaggi e a diverse tradizioni, mescolando così codici stilistici e iconografici. Si trattava di un filone che riproponeva la pratica della pittura e la figurazione dopo anni durante i quali il panorama artistico era stato dominato, a partire dagli anni Sessanta, dal concettualismo, dalla perfomance e da altre linee distanti dalle tecniche tradizionali o dalla pittura da cavalletto. Bonito Oliva presentò il gruppo della Transavanguardia, composto, oltre che da Paladino, da Francesco Clemente, Sandro Chia, Enzo Cucchi, Nicola De Maria, alla 39sima edizione della Biennale di Venezia del 1980.

 

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Le opere di Paladino – diversamente da precedenti occasioni, come i marmi buttati in Piazza S. Croce a Firenze – dialogano coerentemente e scenograficamente con gli edifici e lo spazio di Piazza Vittoria, nel cuore di Brescia, ove si possono ammirare diversi lavori, tra cui: Zenith, un cavallo in bronzo alto cinque metri sulla cui groppa appare un dodecaedro stellato, un elmo all’antica sopra un’alta base, e sopra il piedistallo del Bigio la Stele, una figura umanoide in marmo nero alta sei metri. Queste realizzazioni contemporanee dell’artista campano sono coniugate armoniosamente con le architetture di gusto razionalizzante della piazza risalenti all’età fascista, come il Torrione INA – il primo grattacielo costruito in Italia –  progettato da Marcello Piacentini e completato nel 1932 (vedi foto qui sopra).

 

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Alcune figure umane arcaiche, prive di braccia e dal corpo stilizzato, sono esposte al Capitolium: sono creature ieratiche e cariche di mistero che sembrano appartenere a un altro mondo e un’altra civiltà. Presso il Museo di Santa Giulia, all’interno del percorso museografico di Santa Giulia, nascosto tra dei reperti romani, vi è il Bue Apis, ispirato a una statua egizia di granito rosso conservata a Benevento, ma con l’aggiunta di uno scheletro. Audace è stata la collocazione di alcune figure a grandezza naturale all’interno della chiesa di San Salvatore, di fondazione longobarda: le statue appaiono spiazzanti tra gli affreschi rinascimentali di tema sacro di Paolo da Caylina il Giovane, di Floriano Ferramola e del Romanino.

 

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I lavori di Paladino tentano di dialogare sia col passato che col presente, giungendo a un esito abbastanza apprezzabile; le sue opere, inoltre, desiderano recuperare o rievocare qualcosa di perso, di arcaico e in parte enigmatico, poiché l’antico e solenne messaggio, di cui quelle immagini erano depositarie, è quasi dissolto per sempre. È la tragedia della nostra epoca, iniziata alla fine del Settecento, come Hans Sedlmayr aveva teorizzato: abbiamo perso una direzione, ovvero il centro, e pertanto cerchiamo disperati nel passato risposte per l’oggi, ricopiando forme, modelli e immagini per un’epoca satura di icone artefatte; è un tentativo di rigenerare l’arte e di ripulire tutta la stratificazione accumulata nel tempo. Nelle attuali ricerche, tra i diversi filoni, possiamo riconoscere due particolari e differenti istanze: o l’orrido shock o la ricerca di qualcosa di perso. Non sappiamo quando gli artisti riusciranno a trovare un’altra strada, quando arriveranno a creare una nuova arte. Paladino, noi crediamo, propone opere di notevole impatto e fascino, tuttavia anche in esse, a volte, ravvisiamo i tipici elementi della contemporaneità nichilista, come la presenza morbosa della morte (si veda lo scheletro nel ventre del Bue Apis) o l’immagine umana geometrizzata e tramutata in oggetto, spoglia, dunque, di tutta la sua complessità e bellezza (come la scultura in marmo nero in Piazza Vittoria).

 

 

L’andare oltre l’avanguardia è, certamente, una possibile strada – parallela a quella tradizionalista che il nostro blog predilige e divulga – per riplasmare il destino dell’arte: è grazie alle rotture e alle sperimentazioni del primo e del secondo Novecento che abbiamo appreso e presagito il pericolo della morte dell’arte. Le avanguardie – in modo utopico e consapevolmente illusorio – avevano tentato di azzerare tutto, pianificando una inattuabile tabula rasa, che è servita però per scuotere le coscienze, contribuendo così alla lotta sociale e culturale del mondo occidentale: una ricerca geniale e non priva di vette che, nonostante ciò, ha fatto deragliare l’arte dalla sua vera essenza.

Ora serve una nuova rinascenza, che non per forza debba imitare meccanicamente o mescolare in maniera gratuita passato e presente, ma che tenga sempre presente la sostanza dell’uomo e il concetto della bellezza, senza rinunziare in toto alle conquiste tecniche ed espressive dell’arte passata. È impossibile superare il concetto che l’uomo ha sempre attribuito all’arte: le opere di Paladino sono cavalli stilizzati, un simbolo di forza antico come l’uomo, elementi geometrici allusivi della ragione umana e delle sue elucubrazioni e meditazioni, ecc. Le opere dell’artista campano incarnano archetipi che hanno ancora valore, perché legati ai bisogni, alle grandezze e alle virtù dell’uomo, che non smetteranno mai di essere al centro delle nostre domande e della nostra vita. L’arte è simbolo della vita, è lo specchio del nostro cuore e la rampa per elevarci verso un cielo che ancora non conosciamo: quello più distante possibile dall’abisso degli orrori.

 

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Quest’opera di Paladino, qui sopra riprodotta, è una geniale citazione della Musa addorementata di Constantin Brancusi

 

 

 

 

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