Sulle opere di Jacopo Ginanneschi

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

 

Nato nel 1987 a Castel del Piano, sul Monte Amiata,  Jacopo Ginanneschi è un pittore dei nostri giorni fedele alla realtà e alla bellezza; nel 2011 si è diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze nella scuola di Adriano Bimbi – ove si sono formate anche Giulia Huober e Debora Piccinini, già presentare sul nostro blog – con una tesi sull’opera di Lorenzo Bonechi (1955-1994). Il giovane pittore ha lavorato e lavora attualmente sia nel nostro paese che all’estero: nel 2010 ha partecipato alla sua prima collettiva “Made in Mugello”, l’ultima delle dieci iniziative degli allievi del Bimbi andati in Mugello durante l’estate a dipingere. In occasione del ventennale della morte di Padre Ernesto Balducci, insieme ad altri studenti dell’Accademia, Jacopo ha dipinto i luoghi ove operò il sacerdote, ossia il paese di S. Fiora e la Badia Fiesolana, quadri esposti l’anno seguente in una grande mostra nella Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici-Riccardi a Firenze. Nel 2011 ha lavorato come assistente di Nicola de Maria al Pecci di Prato: si trattava di dipingere le grandi parete di una stanza colorando i disegni tracciati via via da De Maria. Ha partecipato durante il 2012 a una residenza di artista in Lettonia, a Daugavpils, la città natale di Rothko, con altri 14 pittori da tutto il mondo: i lavori ivi realizzati fanno parte ora della Collezione Permanente del Museo di Arte Contemporanea della città lettone, inaugurato nel 2013; sempre in quell’anno è stato pubblicato sul sito Eccellenti Pittori. Nel 2014 ha presentato i suoi disegni sul tema dei Prigioni di Michelangelo presso una mostra all’Accademia di Belle Arti di Firenze dedicata alla Tomba di Giulio II. Nel 2015 ha partecipato ad una esposizione in Giappone presso il museo della città di Tsukuba. L’artista toscano, nel 2016 e nel 2017, ha preso parte a due progetti a tema sulle case di artista, curati da Susanna Ragionieri: per la casa di Xavier Bueno si è dato vita alla mostra “Visite nelle case d’artista: certamente la casa di Xavier Bueno!”, presso l’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, mentre per la casa di Primo Conti si è allestita la mostra “4×1=1°” alla Fondazione Conti di Fiesole.

 

il volo 2016

Il volo, 2016

 

La tecnica prediletta da Jacopo è la pittura su tavola, preceduta sempre da diversi studi preparatori realizzati dal vero ad acquarello e gouache su carta; la tavola da dipingere viene preparata dall’artista con il tradizionale metodo medievale, seguendo attentamente quanto esposto nel ‘300 da Cennino Cennini nel suo trattato Il libro dell’arte: Jacopo applica dunque sulla tavola una tela incollata e varie mani di gesso e colla di coniglio. La sua pittura è fatta di strati di colore ad olio, procedendo con la cognizione che gli strati precedenti dovranno tenere conto di quelli successivi, fino alle ultime velature che daranno compimento al quadro.

 

terra promessa 2012

Terra promessa, 2012

 

La scelta dei soggetti – risulta scontato dirlo – è fondamentale quanto la tecnica, giacché la vera arte è unione e sinergia di forma e di contenuto. Il giovane pittore toscano è orientato verso il paesaggio, sebbene – così ci spiega lui stesso – egli creda di avere modi molto poco paesaggistici: «Se entro in un museo è difficile che mi soffermi su un quadro di paesaggio più che su un quadro di figura. Il paesaggio classico mi lascia abbastanza indifferente, dato che quella sua sottesa coscienza prospettica mi sa un po’ di fondale scenico. Trovo molto più interessanti i paesaggi che compaiono nelle opere del Duecento, del Trecento, le belle invenzioni di Filippo Lippi, dei Tedeschi e dei Fiamminghi del Quattro-Cinquecento. Mi piacciono perché si osserva che una medesima vita e solidità accomuna la figura umana e ciò che la circonda, tanto da affermare davvero ogni elemento come presenza».

 

nuovo approdo 2010 particolare

Nuovo approdo (particolare), 2010

 

Inoltre Jacopo non trova mai soddisfacente un solo punto di vista: «Mi pare che la percezione e l’emozione visiva tenga dentro di sé elementi assai eterogenei rispetto a una visione, diciamo, fotografica. Non posso riprodurre da un punto di vista prestabilito un luogo che mi ha emozionato, perché in quella emozione non c’entra solo quello che ho davanti, ma anche quello che ho di lato, dietro, ai piedi. E’ la mia esperienza dello spazio che lo vivifica e mi pare di non potere avere una coscienza delle cose che non sia, diciamo, deambulante. Di solito quando cerco un nuovo soggetto giro un bel po’ finché non trovo qualcosa che mi ispiri. Quando lo trovo comincio a disegnare, senza voler subito arrivare ad una conclusione. E’ subito chiaro allora, fin dall’inizio, che la fonte dell’ispirazione non è nella cosa come appare, ma è in un altro diverso equilibrio che devo trovare. Comincio quindi ad investigare a suon di disegni. Se una cosa non mi va bene in quella posizione le giro intorno, e se una non va bene la elimino. Il procedimento è comunque quello di smontare tutta la visione nei diversi elementi importanti escludendo i superflui. Accumulati questi dati, vanno tutti rimontati insieme secondo un equilibrio che non è più quello naturale del soggetto, ma che allo stesso tempo sembra, a prima vista, plausibile». Queste spiegazioni ci rivelano un metodo ponderato di profonda intelligenza e di geniale senso estetico-visivo che sembra quasi ricordarci il procedimento di Cézanne, il quale assemblava nei quadri diversi punti di vista dell’oggetto osservato.

 

terre riemerse 2013

Terre riemerse, 2013

 

Il realismo che osserviamo nei dipinti di Ginanneschi è stupefacente, egli infatti prova una peculiare fascinazione per il dettaglio, per le tessiture e per i particolari che caratterizzano diversi materiali, dal momento che vi ravvisa un senso decorativo ma tutto naturale e all’insegna dell’imperfezione. Tuttavia il suo realismo non ha nulla di pedante ed è scevro di intenti virtuosistici e di perfezionismo ossessivo: non a caso il giovane pittore, a volte, si permette licenze nell’applicazione della prospettiva, dato che, come ha affermato, ama ricomporre più visioni, e forse anche il suo amore per i primitivi del Trecento deve aver influito su questa prospettiva non per forza esatta e scientifica. Jacopo indaga in maniera attenta la luce e i dettagli di ogni materiale, e riesce a dare, nei sterminati paesaggi, un senso di grandezza e di infinite dimensioni che sembrano dilatarsi al di là del limite del quadro stesso. Egli sa incarnare nella sua arte lo spirito del luogo, come vediamo nei palazzi fiorentini da lui ritratti, coi loro tipici balconi e le persiane, ispirati sia a quelli del centro storico che a quelli di Campo di Marte (quartiere la cui architettura risale agli anni ’70). Gli oggetti, le case e le vie evocano la semplicità della vita umana, con la sua normale quotidianità immortalata in un istante pervaso di serenità e quiete. Nei paesaggi, invece, Ginanneschi riesce a evocare in maniera sublime e lirica lo spirito della natura e della terra: una forza e un fascino che si manifestano sia nei suoi aspetti più piccoli o trascurabili, come le pietre e le foglie, sia negli infiniti orizzonti e nelle immani pianure e montagne.

 

Giardino 2012 particolare

Giardino (particolare), 2012

 

la via per l'eremo 2015

La via per l’eremo, 2015

 

Negli acquarelli – date le caratteristiche insite nella tecnica – il registro stilistico cambia, ma non la sostanza della sua poetica: è un abbandono nella bellezza che si traduce in dolci e calibrati tocchi, ora di estrema delicatezza, ora di vivace forza cromatica. Uno dei più struggenti è sicuramente l’acquarello che raffigura la zona dell’Arno nota come la Pescaia di Santa Rosa, ove vediamo la facciata di San Frediano al Cestello dominare su quella parte del fiume: Firenze è tramutata in pura poesia grazie a pochi tocchi, con elementi essenziali per rendere il tutto, come una sineddoche. Il pittore, con poche pennellate e con l’eterea tecnica dell’acquarello, riesce a rendere l’intera bellezza e la storia di quel luogo.

 

alla pescaia 2016

Alla Pescaia, 2016

 

Tuttavia è sempre la natura a regnare come soggetto nella ricerca di Jacopo, e in particolar modo i paesaggi della Toscana, con i suoi torrenti, la sua campagna e le sue dolci colline. Questi luoghi diventano paradigmatici e emblematici della ricchezza e dell’enigma delle due opposte facce della natura: ora soave e generosa nell’offrire una fresca ombra sotto le fronde di un albero o dissetando e temprando con le gelide e chiare acque di un fiumiciattolo, ora terribile e minacciosa nello scagliare fulmini sull’inerte ecumene. 

 

quercia in valdarno 2016

Quercia in Valdarno, 2016

 

dentro il Ciufenna 2016

Dentro il Ciufenna, 2016

 

il fulmine 2016

Il fulmine, 2016

 

La natura, esiliata o ignorata dalle ricerche della contemporaneità, è protagonista nella pittura di Jacopo, dal momento che è proprio essa ad essere sempre alla base della nostra vita: fonte di conforto, di mistero, di ispirazione ma anche di inquietudine. Se l’arte smettesse definitivamente di studiare e di riprodurre la natura, cesserebbe per sempre di essere in contatto con le radici biologiche e spirituali dell’uomo. Quando l’arte rifiuterà definitivamente la bellezza e la natura, etichettandole come ‘categorie’ ritrite, fuori moda e banali, vorrà dire che essa sarà specchio di un’umanità che ha perso se stessa: l’arte sarà allora figlia di una società suicida devota alla morte e sprezzante delle virtù e delle grandezze a cui essa dovrebbe invece tendere; ma l’esistenza di un artista come Jacopo Ginanneschi ci fa nutrire ancora speranze.

2 pensieri su “Sulle opere di Jacopo Ginanneschi

    1. Quando vivevo a Firenze ed ero studente ho collaborato a un progetto tra il corso di storia dell’arte e i ragazzi dell’Accademia, per realizzare una mostra. Quindi ho avuto l’occasione di conoscere alcuni giovani già diplomati che si sono formati nell’Accademia e ho deciso di pubblicarli perché sono bravissimi. Vai a vederti anche Giulia Huober e Debora Piccinini, devi scorrere nelle cartelle che vedi a destra, nei mesi scorsi trovi due articoli su di loro. Sono tutti allievi di un grande maestro, Adriano Bimbi. Nelle loro opere si nota una preparazione accademica seria, ma c’è anche sperimentalismo e libertà compositiva e formale. Un abbraccio caro Kosmonavt. Segui sempre ARTEOGGI e scoprirai la vera arte, parallela agli orrori contemporanei!

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