Sergio Scatizzi: pittore toscano dell’Informale

di Lisa Diolaiuti

 

 

 

In occasione della ricorrenza della nascita di Sergio Scatizzi, scomparso nel 2009, abbiamo deciso di omaggiarlo dedicandogli un articolo sul nostro blog.

Sergio Scatizzi nacque il 20 Ottobre 1918 a Gragnano, in Lucchesia; a soli tredici anni andò a Napoli dove conobbe le opere della Scuola di Posillipo, che lo fecero accostare alla pittura, e la tecnica grumosa di Antonio Mancini, di cui rimase profondamente affascinato. In seguito andò a Roma, ove divenne amico di Mario Mafai e della compagna Antonietta Raphaël: nella capitale degli anni Trenta la sperimentazione faceva da padrona e in quel contesto Scatizzi si sentì libero e apprezzato, giacché vi si respirava un clima completamente diverso da quello di Firenze, ancora chiusa in schemi troppo prestabiliti. Nel ’37 partì alla volta di Parigi ove conobbe l’arte di Monet – il suo preferito tra gli impressionisti –, i cui insegnamenti, soprattutto spirituali, divennero dei capisaldi per la sua persona oltre che per la sua pittura. Sempre nella capitale francese conobbe Chaïm Soutine e Édouard Vuillard e, soprattutto, poté accostarsi alla pittura antica e nuova, traendone vastissimi insegnamenti. Nel ‘39 tornò a Montecatini e in quello stesso anno conobbe Giovanni Comisso e Filippo De Pisis.

 

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Paesaggio in Valdinievole, 1939

 

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Fiori, primi anni ’80

 

Allorché scoppiò la seconda guerra mondiale Scatizzi venne chiamato alle armi, come molti altri artisti suoi coetanei, e nel ’41 si ritrovò nel 6° Autocentro di Bologna, un’esperienza che gli consentì di conoscere Giorgio Morandi, con cui ebbe una fugace amicizia. Finito il conflitto, il pittore toscano tornò a Montecatini dalla famiglia, dove eseguì una raffinata serie dei paesaggi della Valdinievole, oggi rarissimi. Nel ’49 decise di ritornare a Parigi, questa volta accompagnato dall’amico De Pisis, con la speranza di ritrovare il fervido clima parigino che tanto lo aveva fatto innamorare della città anni prima, ma così non fu: trovò, invece, una Parigi ancora malconcia ed ingrigita e priva quasi completamente di tutta la sua carica vitale che egli credeva di poter rivivere.

 

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Paesaggio a Volterra, 1961

 

Gli anni Cinquanta furono anni duri, soprattutto a Firenze, ove il clima era appesantito e polemico, intriso di continue diatribe ideologiche sulla pittura che vedeva contrapposti l’Astrattismo da una parte ed il Realismo dall’altra. Nel 1955 Scatizzi decise di trasferirsi nella città di Dante, in una piccola mansarda di Via de’ Federighi. Qui nacquero le prime vedute di Firenze e le terre volterrane. La pressione di quegli anni avvertita dal pittore sfociò in ribellione: nel ’56, infatti, staccò il quadro con cui partecipava al Fiorino, gesto che gli costò l’esclusione all’invito di numerose edizioni successive. Scatizzi non tollerava più quel contesto ed iniziò a pensare di lasciare Firenze per andare a Roma, città in cui si sentiva maggiormente compreso e dove, nel ’57, presso la galleria “La Medusa” fece la sua prima grande personale con presentazione di Luigi Baldacci; l’abbandono di Firenze, tuttavia, venne fermato dagli amici Montale e Rosai. Pian piano, però, il suo lavoro iniziò a prendere una componente informale finché, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, prendono vita le “Terre”, che oggi possiamo ammirare nelle migliori collezioni e nel Museo del Novecento a Firenze. La particolarità delle terre, oltre alla loro particolare resa da un punto di vista pittorico, è sicuramente il modo con cui esse venivano eseguite. Senza esserne al corrente, allora, un po’ alla Pollock, ma contemporaneamente a questi, Scatizzi concepì queste opere orizzontalmente, stese sul pavimento, mentre lui, come un guerriero in ginocchio, fendeva la materia quasi a sciabolate, e l’arma era la spatola. Negli anni successivi non perderà l’uso della spatola ma gradualmente inizierà a riavvicinarsi ed una raffigurazione più “reale” con le nature morte rese con guizzi di colori lasciati in purezza ed in grandi masse.

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Autunno (paesaggio sull’Arno), 1991

 

Nel ’67 il nostro pittore vinse il XVIII Premio del Fiorino proprio con una natura morta. In quegli anni i paesaggi si fecero «eterei», come definiti da Carlo Falciani, in cui si può percepire una maggiore distensione d’animo. Scatizzi, inoltre, iniziò anche ad eseguire una grande produzione di fiori, sia distesi che in vaso, toccando vette poetiche ancora non raggiunte. Nel ’67 lascia Via de’ Federighi per trasferirsi in quella che sarà la casa fino alla morte: Via Maggio. Col suo trasferimento e con i primi successi dati dalla pittura avrà sfogo anche la sua mania collezionistica con opere che vanno da artisti del tardo Cinquecento ai primi del Settecento, ma soprattutto pittori del Seicento fiorentino da lui sempre amati e studiati sin dalla giovane età. Nei primi anni Ottanta, e successivamente negli anni Novanta, la pittura di Scatizzi subì una mutazione: sembra infatti abbandonare  l’informale, preferendo paesaggi trasognati, toni squillanti, ed anche l’uso della spatola diminuisce molto, andando a trovare definizione a campi dai mille colori permettendo allo spettatore quasi di sentire profumi di luoghi incontaminati, riuscendo persino a vivere il sogno vissuto dal pittore durante l’esecuzione di essi.

 

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Notte di luna, 2001

 

Tutto sembra irrimediabilmente naufragare negli anni Duemila, quando l‘aggressività informale ritrova sfogo dando agio a quadri burrascosi come l’animo del pittore stesso. La pittura di Scatizzi risente più di altri dell’emotività dell’autore: le ultime realizzazioni, non a caso, sono madide di turbe interiori, giacché osserviamo una cura nell’uso smodato del colore e della spatola. Scatizzi, sempre operoso, divenne instancabile nonostante l’età che avanzava e complice l’insonnia – di cui era stato sempre afflitto ma divenuta ancor più crudele – lo porta a lavorare instancabilmente a qualsiasi ora del giorno o della notte. Nel suo saggio per il catalogo della mostra monografica a Palazzo Pitti, a cavallo tra il 1997 e il 1998, Antonio Paolucci lo definì «pittore puro» e mai definizione poteva così semplicemente descrivere al tempo stesso l’uomo e l’artista; Paolucci ribadirà la sua descrizione nel saggio del 2006 in occasione della personale alle Reali Poste degli Uffizi, divenendo il primo pittore vivente ad avere tale onorificenza. In una carriera ricca di affetto da parte dei critici, l’ultimo grande omaggio al pittore è stata la sua seconda personale alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti nel 2009, che con la sua conclusione si portò via di lì a poco anche la vita di Scatizzi.

 

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La ginestra e la luna, 2003

 

Nel corso della sua vita Scatizzi poté apprendere, confrontarsi nonché scontrarsi con i pittori suoi contemporanei, ma anche con critici di prim’ordine e letterati, tra i quali i nomi illustri sono Betocchi, Gatto, Comisso, Ragghianti, i già citati Paolucci e Falciani, ed ancora Baldacci, Masciotta, Palazzeschi, Martinelli, Cavallo, Sisi, Russo, Gardair, Del Bravo, Cantelli, Condemi, ma soprattutto l’amico di sempre, colui che lo conobbe “davvero”, il compianto Raffaele Monti “Lele”.

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Composizione, 2008

 

Da non dimenticare, inoltre, è lo Studio d’Arte Moderna “Il Fiore” di Montecatini Terme, la cui apertura nel 1989 fu ardentemente spronata da Scatizzi, il quale vedeva nel nipote Alberto grandi capacità, oltre che una profonda passione pregressa; presso lo Studio, per volontà testamentaria, è conservato anche l’unico archivio ufficiale della sua opera pittorica.

 

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