Gli occhi dell’arte

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

Da sempre l’artista ha avuto come missione primaria quella di aprire un varco tra l’opera e il contemplante, col fine di trasmettere al cuore e alla mente di quest’ultimo un preciso messaggio incarnato nell’immagine. La strada per arrivare a comunicare con l’osservatore – con chi prega devoto davanti all’opera, col suo stesso committente o con chi si perde nella sua bellezza – è quella della rappresentazione degli occhi: è in essi che si compie la comunicazione e il silenzioso colloquio; è attraverso gli occhi che entriamo in comunione con l’opera e ci avviciniamo al suo contenuto. Sono gli occhi a richiamarci e ad accendere in noi l’amore per la bellezza e per il mistero sacro o umano di cui l’opera d’arte è depositaria. Crediamo che quanto appena detto non sia una banalità o un delirio sentimentale, ma un elemento che può rivelarci i mutamenti subiti dall’uomo e dalla sua arte nel corso della storia: cambiamenti che riteniamo sostanzialmente connessi alla spiritualità e alla visione dell’uomo stesso, come creatura fatta non solo di carne ma anche di anima, come l’arte è unione di forma e di contenuto. 

3uddaLa raffigurazione degli occhi aveva un significato profondo nel passato, e lo ha tuttora in alcune culture. Il celebre storico dell’arte austriaco Ernst H. Gombrich riporta nel suo saggio Illusione e Arte del 1973 una tradizione assai peculiare dello Sri Lanka: il dipingere gli occhi della statua del Budda costituiva un momento cruciale regolato da diversi tabù, giacché quell’atto significava dotare di vita il simulacro. L’artista perciò  durante un rito a cui nessun’altro poteva presenziare  doveva stare di spalle rispetto alla scultura ed era costretto a dipingere gli occhi guardando in uno specchio (riportato in Sentieri verso l’arte, a cura di Richard Woodfield, p. 144). Tracciare gli occhi significava quindi infondere vita all’opera stessa, e tale gesto disvelava inoltre il lato sacro dell’immagine, ovvero il potere trascendentale che esercitava sullo spettatore.

 

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Particolare del volto del bronzo A di Riace, V secolo a.C.

 

Gli occhi delle sculture raffiguranti gli imperatori romani tardo-antichi, come quelli di Costantino, erano dilatati e rivolti verso l’alto, persi nella contemplazione divina: sebbene non guardassero lo spettatore, essi comunicavano lo stesso un significato perspicuo, ovvero che la regalità del loro potere era intrecciata e si basava sulla dimensione divina. Era rilevante altresì l’aspetto realistico della raffigurazione dell’occhio, si pensi ai bronzi antichi nelle cui orbite venivano inseriti occhi di materiali vari, come l’avorio o l’onice. La mimesis era infatti un mezzo non solo per ‘dar vita’ alla figura, ma anche per coinvolgere e colpire il contemplante (il naturalismo mimetico non era il fine dell’artista, ma il mezzo!). 

Certo, nel corso dei secoli la rappresentazione degli occhi è cambiata, oscillando tra un naturalismo plausibile e una sintesi che rendeva lo sguardo stereotipato e rigido (si pensi all’arte bizantina e a quella dell’alto Medioevo).

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Jacopo da Pontormo, La Visitazione (particolare), 1528-30 circa

 

È nel Rinascimento che si compie una riconquista dell’immagine umana convincente e altamente espressiva. Nei dipinti del Cinquecento ci imbattiamo nello «Sprecher», il «Dicitore», termine coniato dallo storico dell’arte americano Wylie Sypher: ossia una figura, a volte posizionata lateralmente, che coi suoi occhi cercava lo sguardo dello spettatore per coinvolgerlo, per renderlo partecipe e per stimolarne una reazione legata alla devozione o sul piano morale (Rinascimento, Manierismo, Barocco 1968, pp. 166-167).

 

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Leonardo Da Vinci, Vergine delle rocce (particolare), 1483-86

 

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Bartolomeo Veneto, Ritratto di Lucrezia Borgia (particolare), 1501

 

Facciamo un salto cronologico. I bambini dipinti da Antonio Mancini, sublime artista vissuto tra Ottocento e Novecento, ci fissano coi loro vividi occhi: coraggiosi, consapevoli come quelli di un adulto, potentemente ipnotici. Nemmeno la nevrosi che colpì la mente del pittore romano poté intaccare il suo desiderio di innamorare, di cercare lo spettatore e di comunicare attraverso lo sguardo intensissimo delle figure da lui dipinte.

 

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Antonio Mancini, Scugnizzo con statua, 1896 circa

 

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Antonio Mancini, Un giovane violinista, 1878

 

Qualcosa però sembra esser mutato a partire da più di un secolo fa. Nell’arte moderna e contemporanea vediamo infatti apparire occhi totalmente neri o spenti, senza luce, sbarrati, allucinati, alienati, senza anima, orbite vuote: ciò si osserva nelle opere di maestri famosi, come Matisse, Modigliani, nelle sculture di Wildt, e in diversi esponenti dell’espressionismo tedesco – una delle correnti, non a caso, più drammatiche delle avanguardie storiche  come notiamo nei quadri di Ludwig Kirchner e di Otto Mueller. E’ in questi capolavori che osserviamo meglio la malattia spirituale dell’uomo: l’arte, ora, è sull’orlo di un precipizio che rischia di farla precipitare al di fuori di se stessa, l’arte non sa dare più risposte umane ai bisogni umani, anzi langue nel dolore o si masturba con mentalismi e astratti sofismi. Nella ‘nuova’ arte emerse la voglia di sperimentazione formale e cromatica, la ricerca di spaesamento, il grido anarchico e di protesta, l’aggressione visiva, ma passò in secondo piano o venne ignorata la comunicazione. In queste opere – benché affascinanti e di impatto – non c’è comunicazione, né riscatto, né conforto, né allusione alla speranza o all’elevazione, ma constatazione, opacità, tragedia fine a se stessa. 

 

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Adolfo Wildt, Autoritratto (o Maschera del dolore), 1909

 

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Henri Matisse, Ritratto della Signora Matisse, 1912

 

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Edward Hopper, Sera blu, 1914

 

«Per essere legittima, una domanda deve avere una probabilità di venire risolta. Se vuole essere qualcosa di più di un grido di disperazione, essa deve anticipare una risposta». (Abraham Heschel, Chi è l’uomo? pp. 94, 95)

 

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Amedeo Modigliani, La Signora Kisling, 1917 circa

 

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Otto Mueller, Due bagnanti, 1921

 

Hausmann, esponente del Dadaismo, costruì un’immagine che rappresenta efficacemente l’uomo di oggi e il modo in cui l’arte nuova lo concepisce: un ibrido tra oggetto e un umanoide, una specie di robot costituito però da elementi caotici, senza spirito e soprattutto con cui è impossibile comunicare: i nostri occhi non possono incontrare i suoi occhi. La stessa impossibilità di interagire o di provare empatia, la avvertiamo anche di fronte agli occhi sbarrati, grotteschi e mostruosi di Woman I di De Kooning, opera realizzata qualche anno dopo la fine della seconda guerra mondiale. Se queste opere pretendono di rispecchiare una nuova ‘civiltà’ o il disagio dell’uomo, esse però rischiano di non essere soggetti attivi della storia, ma semplici registratrici dell’abisso umano. L’arte, dunque, è mero specchio della realtà, o peggio, del nostro degrado? L’uomo è pertanto solo carne o un oggetto come tanti altri, solo contenitore di budella o di caos, e il suo corpo prefigura già la putrefazione o il nulla?

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Raoul Hausmann, Lo spirito nel nostro tempo, 1919

 

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Willem De Kooning, Donna I (particolare), 1950-52

 

«L’uomo vuole uscire dall’arte che per sua natura costituisce il “centro” fra lo spirito e i sensi. […] L’arte si allontana dall’uomo, dall’umanità e dalla giusta misura […] I fenomeni dell’arte moderna illuminano e spiegano molto di più di ogni altra manifestazione umana tali tendenze».  (Hans Sedlmayr, Perdita del centro, 1948, p. 196)

 

PENONE Rovesciare i propri occhi dett.previewGiuseppe Penone nel suo lavoro Rovesciare i propri occhi del 1970 indossò delle lenti a contatto che riflettevano lo sguardo dell’osservatore: qua non c’è, diversamente dagli esempi sopracitati, la caduta nell’inquietante nichilismo o il rifiuto della comunicazione; in questo caso ci si muove in un campo più ‘sofisticato’, più mentale, ma comunque in una tautologia e in un ripiegamento in se stessi che rinchiude ancora e soffoca l’arte. L’arte non può essere annullamento di se stessi, fusione confusa tra piani diversi o lambiccato ragionamento autoreferenziale di matrice relativista. L’arte è comunione, è consegna, è un ponte tra dimensioni diverse, e non dissolvimento l’uno nell’altro, ma sinergia tra elementi che mantengono la propria complessità; l’arte è comunicazione di un messaggio. Quello di Penone è solo un discutibile tentativo di comunicare, o meglio e questa critica valga per molti, o forse per la maggior parte, dei ‘maestri’ contemporanei: l’artista abdica, si arrende e lascia che sia l’osservatore a trovare un contenuto, scaricandogli così ogni responsabilità, per poi lavarsi le mani in caso di fraintendimenti, o peggio ancora per accusarlo, in caso di obiezioni e riserve, di essere un ignorante o un passatista.

Segal_Woman_cropL’incomunicabilità divenne il leitmotiv delle principali ricerche visive degli anni ’60 e ’70: si pensi ad esempio ai calchi senza vita, senza colore e anima di George Segal, o al pianoforte coperto di feltro di Joseph Beuys. Essi visualizzarono il tema, attribuendo alle loro opere un’istanza di denuncia, ma in realtà non fecero altro che appiattirsi su quel problema, fino ad esserne fagocitati. Si ridussero a squadernare il dramma, a suscitare mera frustrazione, ma non a proporre una soluzione. L’arte non dovrebbe tentare di dare una risposta?

 

Alcuni artisti del nostro tempo, per fortuna, non hanno tuttavia rinunciato all’umanità e alla verità dell’arte. Gli occhi chiusi di alcuni personaggi dipinti da Davide Puma non rappresentano incomunicabilità o rifiuto, ma alludono invece al sogno, alla meditazione, a un mondo interiore: sono un invito all’osservatore a immergersi in quella riflessione, in quella sospensione, nella ricerca dello sguardo interiore che l’uomo contemporaneo ha smarrito

 

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Davide Puma, Ascolto II, 2012

 

Vi sono anche occhi che invitano al piacere dell’incontro, a un colloquio sia spirituale ma anche ‘fisico’, che avviene nel mondo, nella quotidianità, nell’intimità, alla luce del sole del tempo. Gli artisti veri hanno il coraggio di guardare negli occhi il contemplante, da “uomo a uomo”, non si chiudono snobisticamente in una torre d’avorio come i finti maestri che imperano oggi, che non intendono più comunicare, tutt’altro: intendono aggredire – con le trovate più scioccanti e aride di contenuti – per imporre il loro IO, la loro “ARTE”, che è, in realtà, arte fittizia

 

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Rodolfo Meli, Ritratto di giovane ragazzo (particolare), 2003

 

Jean-Marie Guyau, nel suo saggio del 1889 L’arte da un punto di vista sociologico, sosteneva che l’arte era fondamentalmente comunicazione: pertanto l’opera d’arte non ha valore di per sé, ma solo in quanto diviene tramite tra l’artista e lo spettatore.  L’arte, per Guyau, deve saper parlare e arrivare a tutti, al più colto come al più umile, all’erudito come a chi è sprovvisto di mezzi culturali o esegetici; l’arte conduce l’uomo dalla vita individuale verso una vita ‘universale’ attraverso la comunione dei sentimenti e delle idee: un pensiero in cui crediamo e che deve valere anche in questa epoca. 

 

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Jeff Hein, Christ in America (particolare), 2011

 

Sono occhi umani o divini quelli che cercano l’incontro con i nostri occhi. È nell’incontro di sguardi, o dipinti dal pennello o scolpiti e quelli reali, che si compie la vera comunicazione, il dialogo che coinvolge l’intelligenza e il cuore dell’uomo. Gli occhi sono lo specchio della vera arte.


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Anna Madia, Ritratto di giovane, 2015

 

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Simona Dolci, Adriano e Antinoo (particolare), 2012

2 pensieri su “Gli occhi dell’arte

  1. Caro Alessio,

    grazie per questo saggio illuminante! Gli occhi, si, ci baderò più adesso quando studierò un’opera d’arte. Lo sguardo, sia diretto o velato, lo sguardo vivo, animato, cercando e temendo simultaneamente l’unione con un’altra persona, ecco il compito più sublime e più difficile dell’arte. Non è umano sconsacrarlo su quale prestesto mai.

    Buon natale!
    Peter

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    1. Carissimo Peter,
      La ringrazio e sono contento che Le sia piaciuto l’articolo e che condivida le idee che sono alla base di queste riflessioni. Devo al mio Professore Lorenzo Gnocchi – che mi ha guidato nello studio dell’arte rinascimentale – l’attenzione al particolare degli occhi, come elemento fondamentale della comunicazione. L’arte è linguaggio, l’arte è comunicazione: questi sono i due fondamenti in cui credo e che oggigiorno, credo, siano tramontati.
      Buon Natale a Lei, un caro saluto dalla Riviera Ligure alla Germania!
      Alessio S. P.

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