Sui ritratti di Gaetano Tommasi

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

Nato nel 1973 a Lizzano, in provincia di Taranto, Gaetano Tommasi, dopo un’esperienza militare di quattro anni, torna agli studi universitari per completarli, laureandosi in Biologia e in Comunicazione e Marketing. Nonostante si occupi di informazione e marketing sanitario, parallelamente, a partire dal 2011, inizia ad approfondire la pittura con più costanza e studio: infatti egli si era sempre dedicato, da autodidatta, al disegno, con colori a tempera e gouache. Inizia perciò a seguire corsi per imparare la tecnica e l’uso del colore ad olio, frequentando per alcuni anni vari atelier, di modo da confrontarsi con diversi maestri per apprendere le composizioni dei colori, i loro ‘significati’ e i modi d’uso.

 

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Attesa

 

Nel 2011 Tommasi ha iniziato ad apprendere i primi rudimenti dell’uso dell’olio dal maestro Sandro Pipino, dopodiché ha impresso una svolta nel suo percorso artistico il confronto fruttuoso con due allievi di Concetto Pozzati: con il maestro Marco Grimandi e con il maestro e amico Andrea Federici, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna; è soprattutto con Federici che il nostro pittore ha avuto uno scambio decisamente profondo e fecondo.

 

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Francesco

 

La tradizione ha un’importanza notevole per la ricerca di Tommasi: <<Il mio approccio alla pittura parte da fascinazioni secentesche di pittori universalmente noti per la capacità di sondare e descrivere i moti dell’animo, anche attraverso la rappresentazione del reale e con un sapiente uso della materia; nel mio periodo di studio della pittura sono rimasto folgorato dall’opera di autori – a cui spesso guardo – quali Caravaggio, Velasquez, Zurbarán ed altri>>.

Lo studio dei maestri del passato è fonte di ispirazione e rafforza le basi della ricerca del pittore pugliese: diversamente da ciò che fanno gli ‘artisti’ sottomessi all’ideologia del ‘contemporaneo’, i quali invece perseguono l’amnesia del passato, puntando verso un eterno ‘nuovo’ che, al contrario, si rivela semplicemente una decostruzione delle conquiste della tradizione, svelando così l’incapacità di questi sedicenti maestri di creare e di fare vera arte. Il pittore pugliese, non a caso, afferma: <<E’ per me un punto fermo che l’arte, nelle varie epoche, contenga i “semi” della pittura, alcuni dei quali daranno origine poi a bellissimi ma fragili fiori, altri a vegetazione “comune”, altri ancora ad alberi ricchi di foglie e frutti e di durata talvolta secolare. Negli anni della mia crescita fisica e spirituale, sono stati pittori diversi tra loro a stimolare in me il desiderio di descrivere la realtà così come la vivevo; via via ho attraversato diversi periodi e diversi stili, sempre alla ricerca e sempre osservando il mondo e la realtà>>. Se l’arte si rinchiude in un linguaggio ermetico, cerebrale e solipsistico rischia di non comunicare più; il polo opposto è invece la registrazione acritica della realtà più cruda, di ciò che è più sudicio o basso: in questo caso l’arte fallisce nel suo eterno compito, ovvero quello di elevarci, di confortarci e darci forza. 

 

Dato l’interesse per la figura umana, il soggetto prediletto da Tommasi è il ritratto: la sua attenzione si focalizza particolarmente sullo sguardo, ovvero <<la porta d’ingresso principale per penetrare l’anima umana>>, come dice egli stesso. Malgrado il ritratto esista ancora come genere nelle ricerche visive odierne – anche in quelle più ‘trasgressive’ – , esso ha perso però la dignità e la grandezza che aveva nel passato. Il vero ritrattista – e Tommasi, a nostro avviso, può essere considerato tale – è colui che sa dipingere occhi che vivono, che comunicano: occhi in grado di dialogare ed emozionare il contemplante (si legga un contributo su tale argomento). Molti, oggigiorno, sanno al massimo dipingere maschere inespressive e grottesche!

 

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Gaetano Tommasi spiega le sue intenzioni in merito al significato della raffigurazione dell’uomo: <<Nel cercare i miei soggetti attingo al fiume, cosciente e non cosciente, di immagini sia reali sia virtuali. Una figura in attesa, una posa che spontaneamente colpisce, un gioco di luci ed ombre che enfatizza i movimenti interiori, attivano in me percorsi di energia che volgono quasi a fermare il quid indicibile che ha richiamato>>. Il soggetto, per il nostro artista, è sinergia di anima e corpo, dunque egli non considera l’immagine come pretesto per problematiche formali o catalizzatore del caos soggettivo delle emozioni: la vera arte, invero, non scinde contenuto e forma, ma unisce bellezza umana e profondità spirituale. 

 

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Autoritratto

 

Un elemento peculiare di molti suoi ritratti è lo sfondo decorativo, astratto potremmo dire, che contrasta, anche per la sua piattezza e la vivacità cromatica e morfologica, con l’immagine degli effigiati. Così Tommasi spiega questi singolari sfondi: <<Lo spazio fra reale e di immaginario, così difficile da descrivere su una tela, cerca di far comunicare, di far confluire l’uno nell’altro questi due piani, così come la mente e la realtà sono all’opera per sovrapporsi senza confondersi. Il soggetto si muove in uno spazio ricco di note simboliche che riuniscono i due poli opposti: forme informi che insistono nell’attirare lo sguardo e l’attenzione di chi osserva, sottolineando le griglie emotive ed i piani interiori in cui figure di tipo “mandalico” contengono elementi di preghiera, di fede nell’opera, quasi una cabalistica costruzione e decostruzione. Tale spazio contiene anche tracce oniriche, flebili lembi di sogno che sopravvivono al caos del giorno>>.

Potremmo forse parlare di osmosi tra figura e sfondo, per via della medesima attenzione vitale dei colori e del fluire del pennello (che unisce e integra questi due elementi), ma anche opposizione, aporia: la realtà e l’astrazione, i due poli opposti che sono sempre stati costante oggetto di ricerca da parte di tutta l’arte del secolo scorso. Tommasi ci offre altresì una chiave di lettura spirituale: <<nel fondo dipingo dei simboli legati al soggetto, qualcosa che riguarda la sua vita e le sue relazioni con gli altri (ma anche la mia vita la mia storia, le mie relazioni con gli altri, il mio approccio alla vita stessa). C’è dentro anche la preghiera, rivolta alla pittura stessa, affinché lei medesima si sviluppi attraverso le mie mani sulla tela, in modo che io riesca ad instaurare un contatto con quel mondo impalpabile di fili e collegamenti che uniscono gli uomini, e che uniscono l’uomo alle energie universali. Ci sono numeri con una simbologia profonda: il 3, il 4 con i suoi significati biblici,  l’8, l’11 il 23 … ma i numeri in generale che si riferiscono alla nostra vita, come le date di nascita o di morte>>.

 

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Constantin

 

Spicca per il suo forte realismo il dipinto Constantin: vi è effigiato un signore rumeno, conosciuto da Tommasi nell’estate del 2017, occupato a badare ai cavalli in un ranch; il pittore lo rievoca così: <<aveva l’aria di essere dissoluto, fumava, beveva e aveva un dente d’oro. È un po’ come se rappresentasse i miei lati di ombra, quelle cose di noi che non ci piacciono e che tendiamo a combattere ottenendo un effetto opposto: credo invece che i lati oscuri o non perfetti – che tutti noi abbiamo – debbano essere riconosciuti, accettati ed integrati in noi stessi>>.

 

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Innocence

 

Di toccante e delicata bellezza è l’opera raffigurante un fanciullo africano, mostrato in tutta la sua timida purezza: il volto reclinato e gli occhi socchiusi, le carnose labbra aperte come un fiore sbocciante, una testa perfetta come una scultura d’ebano, eppur viva e intensissima. Così il pittore pugliese ci parla di questo dipinto: <<Ho voluto rappresentare un bimbo africano dal nome ipotetico ma non causale: INNOCENCE, perché i bambini sono l’emblema dell’innocenza, tanto più quando sono sfortunati e si ritrovano in situazioni nelle quali sono senza colpa e inermi, alla mercé delle guerre, delle carestie e del male che minaccia il mondo>>.

* * *

Benché l’esistenza lo abbia portato a occuparsi di altre cose, Tommasi continua a coltivare la pittura, senza mai rinunciarvi: l’arte, nell’età contemporanea, vive una grande sfida, anzi una tragedia, giacché deve affrontare attacchi e minacce alla sua autentica essenza e alla sua missione. Sembra che oggi l’arte, per sopravvivere, debba sottomettersi ai meccanismi e alle strategie del mercato, alla morbosità, ai sofismi del nulla, alla violenza, al lucro, e allo snobismo di certa élite: la vera arte, tuttavia, continuerà a vivere senza rinunziare a se stessa; l’arte vivrà finché esisteranno sulla terra persone di profonda intelligenza, di cuore nobile e piene di coraggio.

 

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Ritratto di Francesco

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