Opere novecentesche del Museo Civico di Sanremo

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

 

Precedentemente collocate presso il Palazzo Borea d’Olmo, le collezioni del Museo Civico di Sanremo si trovano ora nel seicentesco Palazzo Nota, sede inaugurata il 30 dicembre del 2016. Il trasferimento delle opere è stato supervisionato dalla Dott.ssa Loretta Marchi, mentre dell’allestimento museale si sono occupati lo storico Alessandro Giacobbe, per il percorso generale, il Dott. Luigi Di Francescantonio, per la sezione archeologica al primo piano, e la storica dell’arte Chiara Tonet, per la sezione artistica al secondo piano. Le sale sono state restaurate e riadeguate dagli architetti del Comune di Sanremo.

Le opere moderne – qui concisamente trattate – e quelle più antiche della sezione artistica sono pervenute al Museo Civico tramite due importanti donazioni: il Lascito Laurano e il Lascito Ansaldi.

 

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Nello Pasquali, Sull’abisso, 1932 circa

 

Di ragguardevole qualità e bellezza sono i gessi realizzati da Vincenzo Pasquali (1871-1940) e dal figlio Nello (1912-2002). Di quest’ultimo è L’abisso, raffigurante un uomo, dal sensuale corpo allungato, che fissa tormentato il baratro davanti a lui: nonostante sia sull’orlo della fine, in lui alberga l’anelito di salvarsi, come dimostra il vigore delle braccia ancorate alla roccia su cui è appoggiato. Era un tema non inconsueto all’epoca – affrontato ad esempio da Pietro Canonica –, tratto probabilmente dalla letteratura ottocentesca, permeata dal simbolismo e dal decadentismo, e suggestionato dalla filosofia esistenzialista di Nietzsche: «Se guarderai a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te»  (Al di là del bene e del male).

Questa è una delle 11 opere (principalmente gessi e modelli preparatori per statue marmoree) acquisite dal Museo nel 2015 insieme a documenti, a foto, e alla collezione di attrezzi da lavoro di Vincenzo Pasquali. Questi, nato a Scarlino, lavorava coi fratelli e con vari collaboratori a Grosseto, e nel 1902 arrivò ad aprire una fonderia artistica bronzea a Pistoia. Vincenzo, dopo essersi aggiornato a Genova, nel 1915 decise di stabilirsi a Sanremo, ritenendola un luogo strategico per le commissioni, giacché vi soggiornavano molti inglesi e russi, ed era inoltre vicina alla Francia. Nella città ligure Pasquali aprì uno studio di scultura e una galleria, coadiuvato anche dal figlio Nello, e col passar del tempo raggiunse un notevole successo: infatti gli furono commissionate molte opere, come la statua della Primavera sul lungomare sanremese, l’Ondina nei giardini di Corso Mombello, il San Francesco d’Assisi sul sagrato della Chiesa dei Capuccini ed altre imprese.

 

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Vincenzo Pasquali, Fioriera con figure femminili, 1930 circa

 

Altro tema caro agli artisti a cavallo tra Otto e Novecento era quello della maternità: potremmo interpretarlo come una transizione nella dimensione laica dell’antico soggetto della Madonna col bambino, ora declinata secondo una visione più umana e popolare, sempre con l’intento di smuovere sentimentalmente, ma lungi da fini edificanti o religiosi. Nel museo possiamo ammirare due redazioni di tale tema realizzate da Franco Bargiggia (1888-1966).

 

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Franco Bargiggia, Primo bimbo, 1933

 

Sono opere pervase di tenerezza e di sentimento, dunque distanti dai gelidi formalismi di stampo classicista o del Ritorno all’ordine. Nato a Milano, Bargiggia si formò artisticamente presso l‘Accademia di Brera diplomandosi nel 1912, lo stesso anno in cui ricevette il premio Tantardini alla Mostra Nazionale di Scultura di Milano per Il dolore. Realizzò soprattutto opere di carattere sociale, caratterizzate da un linguaggio oscillante tra stilemi del liberty e del realismo. Colpito da artrite deformante e da una malattia polmonare, Bargiggia decise nel 1930 di trasferirsi a Bussana, vicino a Sanremo. Nella città dei fiori l’artista si era alquanto affermato, come dimostrano le innumerevoli mostre ivi organizzate. Rimasto solo e malato, in vecchiaia, visse i suoi ultimi giorni nel quartiere della Pigna, a Sanremo.

 

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Franco Bargiggia, Maternità, 1936

 

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Franco Bargiggia, Contadina con oca, 1935 circa

 

In un’altra sala troviamo un bronzetto sempre di Bargiggia, raffigurante una bimba che assiste, nascosta dietro la madre, all’uccisione di un’oca – forse sua compagna di giochi e sollazzi –, scoprendo così la violenza. La timorosa fanciulla pare contrapposta alla madre, intenta ad eseguire l’operazione con precisione e distacco. Vi ravvisiamo un che di patetico: la scena suscita pena per il destino dell’animale ma altresì per la bambina, la cui ingenuità, a causa della scoperta della morte, è ora infranta.

 

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Franco Bargiggia, Contadina con oca, 1935 circa (particolare)

 

Il rapporto tra bambini e animali – prediletto anche da un altro scultore come Paolo Troubetzkoy – veniva indagato dagli artisti operanti tra i due secoli da un’angolazione di comunanza, di ‘affinità spirituale’, trattandosi di creature innocenti e pure, non turbate dai dilemmi intricati degli adulti: un tema che poteva essere pretesto di evasione, di piacevole realismo, ma anche di riflessione.

 

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Spicca per la sontuosa solennità il Ritratto di Giuseppina Marsaglia, nata Roverizio di Roccasterone del 1893, di Giacomo Grosso (1860-1938): l’elegantissima effigiata indossa un mantello rosso bordato di pelliccia nera, che risalta con forza sia sui delicati colori a pastello delle vesti, sia rispetto all’ambiente un poco in ombra. Esaltazione della nobiltà e della ricchezza, e allo stesso tempo elogio della femminilità – malgrado la non pronunciata avvenenza della donna – incarnata dalla leggiadria dei fiori che pullulano ovunque: sul tappetto e sulla fantasia della veste azzurrina dell’aristocratica, e poi nel mazzo contenuto nel vaso su una colonnina in alto a destra.

Grosso, protagonista della cultura artistica della Torino del suo tempo, fu un notevole ritrattista, e il suo linguaggio fu costantemente legato al classicismo di matrice accademica, come dimostra anche la sua predilezione per i nudi femminili; la sua pittura era parzialmente in linea col gusto pompier, che in Francia si contrapponeva nettamente alle ricerche più audaci e di rottura, come l’impressionismo – malgrado Grosso non raggiunse mai esiti stucchevoli.

 

 

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Alberto Grosso, Il Forte di Santa Tecla, 1915

 

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Giuseppe Graziosi, Riposo, 1931-32

 

Un altro maestro che possiamo ammirare nel Museo Civico è Giuseppe Graziosi (1879-1942), pittore emiliano formatosi presso il Regio Istituto di Belle Arti di Modena, e successivamente studente di nudo a Firenze. Il suo dipinto, Riposo, è memore di temi macchiaioli e della pittura di Giovanni Segantini; una pittura ‘terrea’ e pervasa da una atmosfera calma e sospesa.

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L’amore per la natura e per i luoghi ameni ove coltivare l’otium, è evidente altresì nei quadri di Antonio Discovolo (1874-1956), come Autunno del 1930. Osservando tale dipinto ci colpisce come l’attenzione si focalizzi totalmente sull’albero di ulivo in primo piano, a  coprire quasi l’interezza del dipinto, mentre la costa e le barche dalle candide vele sono collocate nella parte superiore, in un una posizione quasi angusta, eppur trattata con delicatezza. Tale opera, eseguita tramite un singolare senso della composizione e dello spazio, è caratterizzata da un grande senso della luce: la luce della costa ligure che aveva ammaliato il pittore.

Bolognese di nascita, formatosi a Firenze con Giovanni Fattori, poi a Roma con Nino Costa, Discovolo si era innamorato della Liguria nel 1902 quando soggiornò a Tellaro, nel Golfo della Spezia, per poi stabilirsi a Manarola, nelle Cinque terre. Dopo aver vissuto a Roma e ad Assisi, decise di far ritorno nell’adorata riviera ligure, stabilendosi a Bonassola, ove visse fino alla sua morte.

 

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Giuseppe Balbo, Marina, 1955

 

Incontriamo finalmente un artista locale: del bordigotto pittore Giuseppe Balbo (1902-1980) è la Marina del 1955, una suggestiva rappresentazione creata da pennellate libere quasi informali: una visione lirica e struggente della natura, in cui mare e cielo sembran l’eco della tempestosa interiorità umana. A 14 anni Balbo conobbe i già menzionati fratelli Pasquali, che lo stimolarono a cimentarsi nella scultura. Fu allievo di Andrea Marchisio, professore dell’Accademia Albertina di Torino; la sua iniziale pittura risentiva di suggestioni impressionistiche e poi cubo-futuriste. Negli anni ’20 il bordigotto conobbe il famoso scultore Adolfo Wildt, che influì sulla sua ricerca. Dopo aver vissuto dal 1931 al 1946 in Africa, Balbo fece ritorno a Bordighera dove aprì uno studio e successivamente una scuola d’arte (attualmente attiva come accademia). Nella città delle palme l’artista ricevette diverse commissioni, sia ecclesiastiche che laiche. Nel 1952 organizzò, pare per primo in Europa, una mostra su Jackson Pollock, Arshile Gorky, Man Ray, visitata addirittura da Peggy Guggenheim. Morì a Ventimiglia nel 1980.

 

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Antonio Moretti, Piazza del mercato, 1940-50 circa

 

Un quadro che ci restituisce l’atmosfera della Sanremo di un tempo e dei suoi luoghi più caratteristici è Piazza del mercatodel milanese Antonio Moretti (1881-1966). Si tratta di una istantanea capace di rendere lo scorrere del tempo, con la sua umanità in movimento; una rappresentazione di trasognata bellezza resa ancor più raffinata dai colori intrisi di luce: una visione delicatamente imperturbabile, malgrado sia stata dipinta in anni drammatici. Figlio di un cesellatore e impegnato principalmente nella litografia, Moretti si consacrò completamente alla pittura verso i trent’anni: espose a Milano nelle sale dell’ex Palazzo Edison nel 1925, e presso la galleria Scopinich nel 1933. Si trasferì a Sanremo nel 1937, e poi nel 1955 a Roma, dove rimase fino alla fine della sua vita. A questo pittore di figure femminili, di paesaggi, di nature morte e di interni domestici è stata dedicata una mostra nel 2015 curata da Leo Lecci, docente di storia dell’Arte all’Università di Genova, con la collaborazione delle già citate Loretta Marchi e di Chiara Tonet, presso l’ex sede del Museo Civico.

Un’intera sala è dedicata ai lavori del sanremese Antonio Rubino (1880-1964), artista poliedrico, famoso giornalista per ragazzi, tavolista, autore di libretti di commedie, decoratore di ambienti, scenografo e regista di disegni animati. I suoi lavori colpiscono per la vivacità cromatica, per la varietà di registri, per la dirompente fantasia: una fantasia mai sconnessa dai contenuti e dal messaggio che quelle immagini dovevano trasmettere.

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Come ben dichiara l’articolo 101 del Decreto Legislativo n. 42 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, i musei sono luoghi della cultura: in essi i visitatori hanno la possibilità di scoprire il patrimonio artistico, che è documento storico e ‘prodotto dello spirito’, giacché l’opera d’arte è incarnazione di messaggi spirituali, sociali e umani. E’ dai musei che deve partire un percorso ponderato e organizzato di educazione culturale ed estetica e di consapevolezza dell’importanza della salvaguardia del patrimonio.

Come è fondamentale conoscere i tanti musei che costellano le grandi città del nostro paese, è altrettanto giusto conoscere i musei dei propri territori, della cosiddetta ‘provincia’, in cui si possono ammirare capolavori, opere poco note di autori quasi sconosciuti o magari noti solo negli ambienti più ristretti della ricerca e della critica. Il museo, oltre a essere fonte di conoscenza, è luogo di scoperta e di emozione.

 

 

Ringrazio la Dott.ssa Chiara Tonet, responsabile della Sezione Didattica e della Sezione Pinacoteca,  e il Dott. Danilo Sfamurri, Dirigente del Settore Cultura, per avermi concesso l’autorizzazione a fotografare le opere qui riprodotte. Ringrazio inoltre Stefano Cannataro per la sua assistenza.

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