Mostra “Il regime dell’arte”: brevi considerazioni

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

Presso il Museo Civico Ala Ponzone di Cremona è allestita la mostra “Il Regime dell’arte”, curata da Vittorio Sgarbi e Rodolfo Bona, visitabile fino al 24 febbraio.

L’esposizione è incentrata sul Premio Cremona, un concorso di pittura concepito e coordinato da Roberto Farinacci, segretario del partito fascista, che durò dal 1939 fino al 1941: obiettivo della manifestazione era ovviamente l’esaltazione dei principi e delle iniziative del regime mussoliniano. Tra i componenti della giuria vi erano importanti critici dell’epoca, tra cui Ugo Ojetti, Ardengo Soffici, Giulio Carlo Argan. 

 

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Innocente Salvini, Balilla, 1941

 

Negli ultimi anni si sta assistendo a una riscoperta delle ricerche visive sviluppatesi durante il periodo fascista o sostenute direttamente dal regime, attraverso un’angolazione priva di pregiudizi, scindendo il piano politico e quello artistico: queste opere, infatti, vanno considerate quali documenti storici in grado di testimoniare un’epoca, la sua cultura, e altresì i metodi della propaganda, i mezzi che hanno prodotto il plagio di un popolo, o l’infatuazione per quell’ideologia. Sgarbi conferma a tal proposito l’approccio applicato nel dar vita a questa esposizione: «Occorreva coraggio e una visione rispettosamente storicistica per ricostruire lo spirito e l’aria dei tempi».

 

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Donato Frisia, Discorso della proclamazione dell’Impero ascoltato dalla mia famiglia, 1939 circa

 

Il principale merito della mostra è quella di ripescare, da una sorta di storia dell’arte sommersa, diversi nomi di pittori dimenticati che, per la maggior parte, crearono opere di discreta qualità. Si scopre che la figurazione di quegl’anni presentava differenti declinazioni e svariate suggestioni: un ventaglio che andava dai freddi stilemi del ritorno all’ordine a una raffigurazione più verista e partecipe dell’umanità del popolo.

Osserviamo gli eventi della politica e la propaganda dal punto di vista delle persone comuni, dalla loro realtà quotidiana.

 

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Cesare Maggi, La battaglia del grano (particolare), 1940 circa

 

Spicca nella mostra un dipinto di Cesare Maggi, artista romano dalla ragguardevole carriera: allievo di Corcos ed Esposito, espose a Firenze, soggiornò a Parigi, e divenne nel 1936 professore di pittura presso all’Accademia Albertina di Torino. Il suo dipinto è un’immersione nella vita dei campi e dei contadini, una visione che osiamo dire commovente: spontanei e semplici gesti, come tagliare il pane rustico o affilare la falce per mietere il grano; partecipiamo alla loro fatica e alla loro esistenza imbrigliata negli schemi della dittatura. Siamo di fronte a una bellezza e una realtà ovviamente strumentalizzate – altresì i soggetti erano imposti da Mussolini -, ma che noi possiamo comunque godere, liberati dal peso dell’ideologia.

 

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Pina Sacconaghi, Il nostro pane (particolare), 1940

 

L’opera della pittrice lombarda Pina Sacconaghi presenta due linguaggi diversi: uno più ‘realista’, intimista, evidente in Il nostro pane, ove si esalta – oltre al frutto del lavoro, ovvero il pane -, l’unità familiare, la semplicità dei costumi e l’irreprensibile moralità della madre italiana (dal vestito, non a caso, immacolato); l’altro linguaggio è invece edificante, idealizzato fino al gelido accademismo (memore di Puvis de Chavannes), come si ravvisa nel trittico Non v’è sosta se non sulla cima.

 

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Pina Sacconaghi, Non v’è sosta se non sulla cima, 1941

 

Un altro artista interessante è il genovese Pietro Gaudenzi, autore de Il grano; questo tema, già visto nel lavoro di Maggi, è legato alla “battaglia del grano”, campagna promossa da Mussolini, il cui scopo era il raggiungimento dell’autosufficienza produttiva di frumento in Italia. Si tratta di un dipinto murale su intonaco applicato a masonite, che presentava problemi di conservazione arginati da un recente restauro. Le scene hanno come sfondo Anticoli Corrado, località di campagna fuori Roma assai frequentata dal pittore, ove vi morì nel 1955: quel luogo lontano dagli affanni, dalle tensioni e dai problemi della città, divenne un cenacolo per molti artisti, tra cui anche Fausto Pirandello (segnaliamo le mostre curate dallo storico dell’arte Manuel Carrera e i suoi studi relativi a questi temi).

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Pietro Gaudenzi, Il grano (particolare), 1940 circa

 

 

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Dilvo Lotti, La Gioventù italiana del Littorio (particolare), 1941 circa

 

L’opera di Dilvio Lotti, pittore toscano, è caratterizzata da ambientazioni alquanto scure, che ricordano vagamente la produzione di Honoré Daumier, su cui l’artista aveva infatti discusso la tesi diplomandosi all’Istituto d’arte di Porta Romana a Firenze. Nei personaggi non si avverte né esaltazione politica né fervore, ma piuttosto una cupa accettazione della contingenza.

In generale, osserviamo nei personaggi dipinti – riuniti nelle adunanze, intente ad ascoltare alla radio i discorsi del dittatore – espressioni rassegnate, soggiogate allo status quo: non c’è ardore, né passione: sono pedine, sono i personaggi di una commedia. Eppure è commovente come sono descritti, calati nel loro mondo, un mondo lontano, di un’Italia rurale, tradizionale, umile, scomparsa per sempre.

 

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Remigio Schmitzer, Gli emigranti, 1940 circa

 

Nel dopoguerra, come ci spiega il curatore Rodolfo Bona, le opere vennero distrutte o addirittura tagliate, per essere rivendute: «Molti [dipinti] sono andati dispersi oppure sono stati collocati nei magazzini  dei musei o assegnati a uffici periferici di enti pubblici […] I pittori tendevano spesso a negare la propria partecipazione alla manifestazione, a nascondere le opere, a tagliarle o a modificarle». E’ giunto il momento di ristudiare e riapprezzare questi lavori, da un’angolazione neutrale e imparziale.

Altri maestri presenti in mostra sono Mario Biazzi, Giuseppe Moroni, Donato Frisia, Luciano Ricchetti, Mario Beltrami ecc. Una critica che si può muovere all’esposizione è il numero abbastanza alto di opere: forse una maggior selezione e il diradamento sarebbero state opportuni. Nonostante ciò, si tratta di un’occasione imperdibile per conoscere artisti vittime della damnatio memoriae e per approfondire questo argomento spinoso, ovvero l’arte del regime fascista (senza nostalgie o rimpianti per quell’ideologia). 

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