GAUGUIN E GLI IMPRESSIONISTI. Capolavori dalla Collezione Ordrupgaard

Padova, Palazzo Zabarella 29/09/18 – 27/01/19

di Simone Finotello

 

 

 

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Paul Gauguin, Ritratto di giovane donna, Vaïte (Jeanne) Goupil, 1896, olio su tela.

 

È in corso a Padova, presso Palazzo Zabarella e fino al 27 gennaio 2019, la mostra Gauguin e gli Impressionist. Capolavori dalla Collezione Ordrupgaard, organizzata dalla Fondazione Bano, il Comune di Padova e l’Ordrupgaard Museum di Charlottenlund, Museo Statale di Ordrup, sobborgo periferico a nord di Copenaghen. Di fatto, come suggerisce Fernando Mazzocca (professore ordinario di Museologia e Critica artistica e del restauro all’Università Statale di Milano, alla cui curatela è affidata la mostra patavina con la partecipazione collegiale di Anne-Birgitte Fonsmark, direttrice dell’Ordrupgaardsamlingen) nel proprio saggio preliminare – all’interno dell’essenziale catalogo, completamente illustrato ed edito da Marsilio – l’esposizione si sviluppa altresì intorno a due capisaldi dell’arte francese del XIX secolo, due artisti «non incasellabili in una precisa tendenza» e due tra i protagonisti primari della svolta moderna d’inizio e fine Ottocento, ossia Jean-Baptiste Camille Corot e appunto (e non solo) Paul Gauguin, presenti nella rassegna con molteplici lavori.

Invero, Padova ospita una strepitosa raccolta originariamente privata, una serie di opere acquistate ai primi decenni del Novecento dal finanziere e mecenate Wilhelm Hansen, in seguito interamente donata, assieme all’istituto ospitante, allo Stato di Danimarca e divenuta con ciò proprietà pubblica dal 1953.

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Jean-Baptiste Camille Corot, Il mulino a vento, 1835-40, olio su tela

 

La pinacoteca, come mette in evidenza Fonsmark nel primo saggio introduttivo, è considerata a oggi «una delle più belle raccolte europee di arte francese». Inaugurata nel 1918, presso la tenuta suburbana del magnate e filantropo danese, si sviluppò nell’arco del triennio bellico, tra il 1916 e il ‘18, periodo nel quale Hansen riuscì ad acquisire, a vario titolo, oltre centocinquanta tra dipinti a olio, disegni, pastelli e sculture (inizialmente, quindi, una selezione ben più ampia di quella attuale), allestendo quella che all’epoca fu definita dalla critica militante «una collezione senza rivali nel nord dell’Europa».

Le opere rappresentavano il percorso sostanziale dell’arte che da Ingres, Delacroix e Corot, attraverso i principali protagonisti dell’Impressionismo francese, giungeva fino a Cézanne, a Gauguin e infine a Matisse. Tuttavia, nel 1922, una imprevista crisi finanziaria costrinse il collezionista ad alienare gran parte della raccolta “francese”, smembrandola irrimediabilmente. Nel giro di pochi anni, però, Hansen, indomito e appassionato, ritrovata la stabilità economica, sostituì i lavori ineluttabilmente perduti con una serie di nuove acquisizioni, raggiungendo il numero definitivo di sessanta pezzi, gli stessi esposti dal 29 settembre a Palazzo Zabarella.

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Eugène Delacroix, George Sand, 1838, olio su tela

 

Un filo rosso attraversa l’itinerario della mostra: la straordinaria qualità dei dipinti. La collezione raccoglie alcuni splendori di quasi un secolo di grande pittura, uno dei periodi più innovativi e sperimentali della storia dell’arte europea, tutti figurativi – opere storiche, ritratti, paesaggi rurali e urbani, vedute e nature morte – lavori che hanno fortemente inciso sul cambiamento delle percezioni visive del mondo reale.

L’esposizione, a tal proposito, si suddivide in nove sezioni, diacroniche e poetiche, così titolate:

  1. Ingres, Delacroix, Daumier. I temi storici
  2. Corot e Courbet. Tra Romanticismo e Naturalismo
  3. Daubigny, Dupré, Sisley. Dalla Scuola di Barbizon alla nascita dell’Impressionismo
  4. Da Boudin a Monet. Il trionfo dell’Impressione
  5. Dalla solitudine del paesaggio alla pittura della vita moderna
  6. Degas e Cézanne. Oltre l’Impressionismo.
  7. Manet, Morisot, Renoir. Il fascino dell’universo femminile
  8. Un’avventura da Pont-Aven a Tahiti
  9. Manet, Redon, Matisse. La poesia della natura morta.

 

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, Dante che offre la divina commedia a Omero, 1825, olio su tre pezzi di tela montati su tavola

 

 

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Honoré-Victorin Daumier, Il lottatore, 1852, olio su tavola

 

Wilhelm Peter Henning Hansen (1868-1936), di modesta estrazione sociale, ebbe un grande fiuto per gli affari e un’eccezionale visionarietà. Poco più che ventenne fondò, nella capitale danese, un istituto privato di assicurazione sulla vita; i lunghi viaggi di lavoro a Parigi – dove condirigeva una locale compagnia di assicurazioni – gli permisero di approfondire la sua grande passione (maturata ai tempi della scuola, quando conobbe il futuro pittore e suo consulente d’arte Peter Hansen) e, particolarmente, una delle sue accezioni peculiari più stimolanti: l’investimento in arte. Nella capitale Hansen visitò mostre e musei, frequentò gallerie e case d’asta, concentrando la propria attenzione sugli artisti “rifiutati”, sugli “indipendenti” e su tutti i grandi protagonisti della modernità pre e post impressionista. Si trattò, a tutti gli effetti, di un lungo apprendistato conoscitivo poiché l’idea di aggiungere alla preziosa e personale quadreria di dipinti “dell’età dell’oro” danesi (stabilmente presenti nella Galleria di Ordrup) opere dell’arte francese di tutto Ottocento risale solo agli anni ‘15, periodo di guerra e di deflazione, che offriva agli investitori prezzi vantaggiosi e altissime probabilità di rendimento.

Nella prima sezione della mostra sono presentati sei capolavori di quattro interpreti di primo Ottocento, gli ultimi sussulti di uno stile sommamente accademico e stereotipato nei soggetti di carattere storico e letterario, mentre si affacciavano, non senza difficoltà, nuove prospettive tematiche di ambito verista e sociale: protagonisti i piccoli dipinti di Jean-Auguste-Dominique Ingres e Thomas Couture, nonché due oli su tela di Eugène Delacroix e due oli su tavola di Honoré-Victorin Daumier. Giustapponendo Dante che offre la Divina Commedia a Omero di Ingres (frammento di studio della colossale allegoria L’apoteosi di Omero, commissionata e conservata al Louvre), degli anni Venti, e Il lottatore di Daumier (una rappresentazione di lotta greco-romana, attrattiva molto diffusa nella rissosa capitale francese, ripresa anche nel celebre Lottatori di Gustave Courbet degli stessi anni), del 1852, si evince come in questo pur breve scarto temporale si siano ormai avviate le nuove poetiche artistiche di metà secolo, quelle realiste e popolari su cui si concentreranno particolarmente gli artisti dei periodi (e delle sezioni) successivi.

 

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Gustave Courbet, Le scogliere vicino a Étretat, 1869, olio su tela

 

Corot e Courbet, in effetti, furono tra i fautori di un nuovo terreno di sperimentazione della realtà vitale, la pittura di paesaggio, intesa quale studio ed espressione immediata della natura “metafisica e romantica” – talora minacciosa, talaltra sognante – ritratta inizialmente “en plein air” e terminata negli atelier personali. I due artisti sono presenti con molteplici opere, rispettivamente otto (Corot è il più presente e il più ricercato assieme a Gauguin) e tre.

Hansen iniziò ad allestire la galleria francese a partire dal 1916, nonostante la guerra gli impedisse di ritornare a Parigi. Nella capitale s’impiegavano per lui il socio assicuratore e l’amico scrittore nonché critico d’arte Théodore Duret, protettore e grande amico di molti tra i pittori impressionisti della capitale. Nel frattempo, a Copenaghen, cooptò alcuni finanziatori e creò una società denominata “Consorzio Hansen, Heilbuth, Winkel & Magnussen” con l’obiettivo di sfruttare la favorevole congiuntura e acquistare, all’incanto e allo scopo della compra-vendita, intere collezioni di “arte bella e importante” (ma anche singoli lavori, purché d’eccezione) provenienti dall’entroterra francese. Le scogliere vicino a Étretat, di Courbet, è uno dei dipinti provenienti dalla cooperativa nel 1918, prelevato personalmente da Hansen una volta giunto a Copenaghen ed esposto nella pinacoteca privata, inaugurata nello stesso anno ed aperta al pubblico settimanalmente con ingresso libero. La stampa, attraverso un’azione concertata di propaganda statale, si adoperò in elogi verso la collezione di Ordrup, particolarmente dopo la sua dichiarata intenzione – cui, nel frattempo, furono conferiti sia il prestigioso Ordine Cavalleresco di Dannebrog sia quello di Consigliere di Stato – di donare l’intera galleria allo Stato di Danimarca dopo il suo decesso e di quello della moglie Henny Nathalie Soelberg Jensen (1870-1951).

 

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Alfred Sisley, L’inondazione. Rive della Senna, Bougival, 1873, olio su tela

 

Alfred Sisley è un altro tra i più quotati e ricercati protagonisti della galleria danese, presente in terza sezione – assieme ad altri due importanti interpreti della Scuola di Barbizon come Karl-Pierre Daubigny (figlio e allievo del più noto paesaggista Charles-François) e Jules Dupré, oltre al collega impressionista Jean-Baptiste Armand Guillaumin – con ben sei dipinti. Esposti in ordine cronologico, i suoi quadri desumono come, a partire dagli insegnamenti impartiti da Théodore Rousseau nella foresta di Fontainebleau nei primi anni di carriera, l’artista fosse rimasto sempre coerente alla nuova sperimentazione pittorica, attraverso una trasposizione diretta e fedele della natura, fissata in una “impressione” temporanea e fuggevole, ripudiando qualsiasi forma di convenzione accademica.

L’inondazione di Bougival, così come La rimessa dei barconi fluviali, proviene dai primi acquisti “consorziali”, mentre gli altri quattro lavori giunsero in collezione più tardi, dopo gli anni Venti, periodo successivo all’improvvisa bancarotta della Landmandsbanken, la Banca degli Agricoltori Danesi, presso la quale insistevano i finanziamenti di Hansen. Lo stesso, costretto a rientrare i propri prestiti, dovette vendere quasi tutto, per la fortuna dei nuovi acquirenti: delle cento cinquantasei opere originarie solo una ventina rimase nelle proprie disponibilità mentre il culmine della collana “francese”, affidato a una casa d’aste parigina, finì nelle gallerie e nelle collezioni private di tutto il mondo, particolarmente nelle città di Tokio, Winterthur e ancora Copenaghen, grazie all’intuizione di Carl Jacobsen, l’industriale della famosa birra e fondatore della Ny Carlsberg Glyptotek, nella cui galleria “museale” sono presenti appunto dodici dipinti provenienti dall’originaria raccolta hanseniana.

 

 

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Claude Monet, La strada di Chailly attraverso la foresta di Fontainebleau, 1865, olio su tela

 

Claude Monet, presente con quattro tele, è protagonista assoluto della quarta sezione in mostra – assieme ai dipinti di Eugène Boudin (suo maestro a Fontainebleau), Charles-François Daubigny e ancora Dupré – dedicata all’affermazione del movimento impressionista, vero e proprio spartiacque verso la contemporaneità. La strada di Chailly attraverso la foresta di Fontainebleau è un lavoro del 1865 particolarmente interessante poiché, come sostiene convintamente la critica, pare sia riconducibile all’ambiziosa idea dell’autore, mai realizzata, della creazione di una propria “Colazione sull’erba”, ispirata alla più famosa opera dell’amico Édouard Manet, esposta al “Salon des refusée” solo due anni prima. Confrontando il dipinto con alcuni abbozzi di studio, conservati al Museo Puskin di Mosca e al Museo d’Orsay di Parigi, si evince come l’ampio spiazzo sull’erba possa essere inteso come un’ideale quinta teatrale su cui collocare i protagonisti della famosa “scena mondana”. Invero, il suo progetto di convito era ben più ampio sia del dipinto esposto in mostra sia dello stesso del collega parigino, ossia sei metri di base per quattro di altezza, e l’idea contemplava al suo interno l’inserimento di ben undici personaggi anziché quattro.

Anche quest’opera proviene dalle prime acquisizioni del 1918, così come il meraviglioso Il Ponte di Waterloo, nuvoloso. Le altre due, ossia Marina a le Havre e La scogliera vicino a Sainte-Adresse, nuvoloso, invece, provengono dal secondo periodo di appassionata ricerca – al punto che si possa tranquillamente definire riparatorio – quello immediatamente successivo alla malaugurata svendita del ’22: nel giro di tre anni, Hansen riuscì a raccogliere una quarantina di nuove acquisizioni, tutte a titolo personale, concentrando le sue preferenze ancora su Corot ma anche su Camille Pissarro ed Edgar Degas, protagonisti delle due sezioni successive rispettivamente con sei e due quadri.

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Paul Cézanne, Bagnanti, 1895 ca., olio su tela

Il tema del bagno e dei bagnanti occupa una parte rilevante nella produzione di Paul Cézanne, presente in questa sezione assieme a Degas e intitolata Oltre l’Impressionismo. Dopo un periodo nel quale dipinse (ed espose) con la tavolozza e le cromie dei colleghi impressionisti, le ricerche pittoriche dell’artista di Aix-en-Provence si concentrarono sul tentativo di ricreare una nuova armonia tra l’uomo e la natura, attraverso una stesura dei colori apparentemente superficiale e senza alcuna preoccupazione della verosimile somiglianza sensibile dei soggetti ritratti, ponendo altresì maggior attenzione alla composizione geometrica dell’impianto, quasi a voler ricreare un nuovo ordine spaziale nella natura caotica. Questa estrema sintesi sarà fonte di sviluppo concettuale e tecnico per molti tra gli artisti di inizio Novecento, non ultimo Henri Matisse, attraverso un personale percorso di soggettivizzazione della realtà e della natura, presente in mostra proprio con una natura morta, ultimo dipinto esposto.

 

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Pierre-Auguste Renoir, Le Moulin de la galette, schizzo, 1875-76, olio su tela

 

La mostra prosegue sui temi più cari alla poetica impressionista, ossia la rappresentazione degli aspetti positivi e piacevoli della realtà urbana (e rurale) parigina, attraverso colori accesi e luminosi quasi a voler esprimere come tale tecnica possa rendere gradevole qualsiasi cosa essa rappresenti, indifferentemente dai temi ritratti. In questa sezione tematica (la settima), sono presenti alcuni capolavori dedicati all’universo femminile, nei soggetti così come negli artisti esponenti, con i dipinti di Manet, Eva Gonzalès, due di Berthe Morisot e ben tre di Pierre-Auguste Renoir. Uno di questi rappresenta lo schizzo preparatorio (completamente dipinto a olio) della celebre composizione Ballo al Moulin de la Galette, conservato al Museo d’Orsay.

 

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Paul Gauguin, La piccola sogna. Studio, 1881, olio su tela

 

Gauguin. Un’avventura da Pont-Aven a Tahiti è il titolo con cui la curatela ha presentato il (riuscito) tentativo hanseniano di raccogliere un compendio storico di tutta la produzione pittorica dell’artista parigino, con ben otto opere: dalla Piccola sogna. Studio – esposto alla settima mostra impressionista del 1881 – a Paesaggio a Pont-Aven, dipinto nel 1885 nel corso del primo e intenso soggiorno bretone; dai due paesaggi provenzali composti ad Arles – durante la breve permanenza nella celeberrima “Casa gialla” assieme a Vincent van Gogh – ai quattro lavori tahitiani dei periodi vissuti nelle Isole Marchesi (dove morì nel 1903) che vanno dalla natura morta Due vasi con fiori, a Ritratto di giovane donna. Vaite (Jeanne) Goupil (da cui è estratta la locandina della mostra e del catalogo) ai nudi Donna tahitiana e Adamo ed Eva dell’ultimo periodo di vita polinesiano.

 

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Édouard Manet, Cesto di pere, 1882, olio su tela

 

Cesto di pere di Manet è uno degli ultimi dipinti esposti in mostra e una tra le ultime nature morte composta dall’artista parigino, un genere tra i suoi preferiti e in grande considerazione, cui si dedicò particolarmente negli anni Sessanta e nell’ultimo periodo di vita, tra il 1880 e l‘82. Hansen era solito offrire questo canestro di frutta ai suoi ospiti dopo pranzo «come un altro dessert dopo il gelato». Questo piccolo capolavoro non è il suo unico acquistato dal collezionista danese e, in effetti, nella sezione dedicata all’universo femminile, è esposto il ritratto di Suzanne Leenhoff Donna con brocca (Suzanne Leenhoff, poi Manet), sua modella olandese e futura moglie. La curatela ha idealmente chiuso il cerchio temporale di questa straordinaria (ed emozionante) “passeggiata” tra le meraviglie dell’arte francese di Hansen con una saletta dedicata alle nature morte, due delle quali si inseriscono pienamente nelle nuove poetiche e nelle libere espressività di inizio secolo, per opera di Odilon Redon e di Matisse.

Gauguin e gli Impressionisti è un evento esclusivo in Italia. La collezione, dall’autunno 2017, è itinerante nel mondo per i lavori di ampliamento del museo a cui essa è dedicato. Prima dell’allestimento di Padova, in effetti, la “tournée” ha sostato nelle città di Parigi, presso il Museo Jacquemart-André con la mostra The Secret Garden of Hansens, e di Ottawa, alla National Gallery of Canada, con la mostra Impressionist Treasures: The Ordrupgaard Collection. Dall’8 febbraio e fino a giugno, sarà quindi in Svizzera, presso la Fondazione Pierre Gianadda di Martigny (e, a quanto pare, nella città di Praga), prima di rientrare definitivamente nella sede restaurata di Charlottenlund.

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