Il Cimitero delle Porte Sante a Firenze. Pensieri sulla bellezza

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

In una mattina di inizio maggio, in un antico cimitero alla ricerca di una scultura da me studiata anni fa, mi sedetti e guardai i bronzi e le statue dei sepolcri. In quel luogo di memoria, in un luogo di morte ho meditato sulla bellezza. Tra i defunti ho pensato alla vita.

 

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Il Cimitero delle Porte Sante, che ha suggestionato le mie speculazioni, si trova presso San Miniato al Monte, entro un bastione fortificato di origine cinquecentesca: un luogo forse poco conosciuto e frequentato dai turisti a Firenze, sicuramente meno noto rispetto al Cimitero degli Inglesi.

 

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Inaugurato nel 1848, il cimitero fu progettato da Niccolò Matas, autore altresì della facciata neogotica di Santa Croce, e successivamente, nel 1864, venne ampliato secondo il progetto di Mariano Falcini.

Vi si trovano cappelle familiari sontuose, architetture eclettiche con forme ispirate a diverse culture figurative, come quella russa, neobizantina, neogotica, neoclassica. In questo luogo riposano personaggi famosi, come Giuseppe Abbati, Pietro Annigoni, Carlo Collodi, Giovanni Spadolini, e da poco anche il regista Franco Zeffirelli.

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Mi avvicino alla statua che cercavo: il Cristo deposto scolpito dal siciliano Domenico Trentacoste nel 1904 per la tomba Mondello. Da diversi anni la teca che custodisce la scultura marmorea è rotta e i detriti si sono accumulati all’interno.

 

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Il volto, di un estremo realismo, e il corpo abbandonato mi ipnotizzano… cresce la mia meraviglia per l’opera di quell’artista dimenticato che per anni (dal 1913 fino al 1933) aveva insegnato all’Accademia di Belle Arti di Firenze – di cui fu anche direttore -, ove fu maestro di Marino Marini, di Francesco Ciusa, di Renata Cuneo e di tanti altri.

Evidente è il riferimento al Cristo morto di Jean-Jacques Henner (1829-1905) al Musée d’Orsay: Trentacoste, non a caso, visse dal 1880 al 1895 a Parigi, dove fu influenzato sia da artisti legati all’ambiente accademico sia da personalità che inaugurarono nuove ricerche, come Rodin.

 

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Lo scultore siciliano fu un raffinato interprete di soggetti di arte sacra, tanto che quest’opera del Cimitero delle Porte Sante riscosse il sincero apprezzamento – testimoniato da una lettera conservata alla GAM di Firenze – da parte di Celso Costantini, cardinale e arcivescovo e fondatore nel 1913 di “Arte Cristiana”, famosa rivista attualmente tra le più autorevoli.

 

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Nel mio vagar per le case di coloro che vissero mi imbatto nella tomba di un altro grande artista del Novecento, anch’egli in parte dimenticato: Libero Andreotti (1875-1933).

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Il bronzeo Cristo risorto piega la gamba vigorosa per uscire dal sepolcro, destandosi dal sonno della morte: in un movimento lento… bloccato. Non è un Cristo trionfante, ma una figura tenera, benigna malgrado le sofferenze subite. Il suo gesto di pietà, di amoroso trasporto per quel mondo che lo ha umiliato ha una potenza espressiva indescrivibile.

 

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Negli anni Ottanta lo storico dell’arte fiorentino Carlo Del Bravo (1935-2017) aveva pubblicato un articolo in cui rivalutava diversi artisti figurativi della prima metà del Novecento, tra cui Andreotti: un atto pionieristico che dovette fare i conti con molte resistenze, soprattutto di ordine ideologico, nei confronti di un’arte ‘tradizionalista’ che venne erroneamente identificata con le istanze del regime.

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Una versione precedente, quasi identica, del 1928, si trova all’interno del Monumento alla Vittoria a Bolzano, progettato da Marcello Piacentini. Su questa prima versione Del Bravo scrisse: «Non benedice: la sinistra avanzante vale come un favete linguis per il mistero, sospeso come il respiro che solleva il grande torace, di quell’aurea bellezza contristata, intrigata anche, mi suggerisce un testimone, da una segreta meditazione sulle fattezze dell’autore stesso». (Carlo Del Bravo, Le risposte dell’arte, 1985, p. 315).

 

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Mi siedo su una panchina e contemplo quel luogo… penso alla mia vita, al mio amore per l’arte, per la bellezza, che mi dà conforto ma anche malinconia. Ripenso anche alla biografia di Del Bravo che sto studiando, alle incomprensioni che visse, al suo coraggio nel condurre ricerche su artisti che avevano subito la damnatio memoriae, scomodi per l’appartenenza politica dei loro committenti. Lo storico dell’arte parlava di un ambiente culturale che aveva adombrato il concetto di bellezza, visto con sospetto e disprezzo: l’arte contemporanea deve essere politica, di critica, e quella del passato non va più letta con categorie prive di rigore scientifico.

E poi ripenso a quello che ha scritto un filosofo vivente, ex professore ordinario di estetica, Stefano Zecchi: «Il Novecento ha bandito la bellezza dalla sua arte e l’ha ignorata come problema filosofico. questo secolo […] si è affannato a dare alla bellezza il volto della morte». (Stefano Zecchi, La bellezza, 1990, p. 3).

 

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E tra i sepolcri del Cimitero delle Porte Sante io vedo immagini, statue, volti, simboli che non nascondono la morte, ma che le danno senso… ma è un tempo passato, si deve vivere il presente, la contemporaneità: ma che fare se si è giunti a quella che in maniera cinica Angelo Crespi chiama «la pornografia della morte»? Pensieri da conservatori, da passatisti, da nostalgici… Ma questa mi sembra una obiezione semplicistica. Dentro di me mi sento lacerato tra pensieri e idee diverse.

Ripenso allora a qualche mese addietro, sempre a Firenze, nello studio di Rodolfo Meli, e rievoco i volti purissimi da lui dipinti: volti di un’umanità vivente, forse appartata in un sogno, in una dimensione totalmente estranea all’oggi. I loro occhi anelano a un altro mondo, a una rivelazione che dia senso al mistero della vita.

Mi devo sentire in colpa, retrogrado, nell’ammirarli?

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«L’arte è il nostro destino. […] Dove non c’è arte c’è il tramonto dell’esistenza, la decadenza come logica esistenziale del nichilismo». (Stefano Zecchi, Le promesse della bellezza, 2006, p. 143). 

 

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Ritorno con la mente al cimitero dietro San Miniato al Monte. In quel silenzio ho pensato ai valori rilevanti nella mia vita, come lo sono per tante altre persone. L’arte è una delle strade per dar senso all’esistenza, tra le mille che si possono percorrere… e come tutte le  discipline ha il compito di permetterci di capire chi siamo, di dare un senso al nostro vivere. Anche in questo momento storico difficile per la cultura, trascurata e abbandonata a se stessa, in cui chi ha studiato la storia dell’arte deve barcamenarsi per trovare un posto nel mondo, una professione, un obiettivo, non mi pento delle mie scelte.

 

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«Ma il vero movimento della creazione non sarà piuttosto che il ritornare, il contornare, il circuire la morte che la minaccia ogni istante? Contornare all’infinito al di là della circostanza mortale, ecco ciò che permette alla creazione di attingere alla fonte inestinguibile che la nutre» (Jean Clair, Critica della modernità, 1984, p. 139).

 

 

Le foto sono state scattate da chi scrive a Firenze il 2 maggio (Cimitero delle Porte Sante) e il 4 marzo (dipinti di Rodolfo Meli) del 2019.

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