Il Gruppo GELBA: pittori figurativi di oggi

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

Dal gennaio del 2017 si sono intensificati gli incontri e i confronti tra i cinque pittori che oggi costituiscono il gruppo GELBA; il loro rapporto è maturato attraverso una serrata dialettica sui temi principali della pittura e su taluni argomenti più teorici e polemici riguardanti l’arte contemporanea.

I pilastri su cui si fonda la loro intesa sono l’interesse per la figura umana e il desiderio di sondare l’orizzonte esistenziale e spirituale dell’uomo, sia nei suoi aspetti passionali, tormentati, di contrasto agli stereotipi, o di estraniazione e consegna a una dimensione ove trovare sospensione e riparo. 

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Gli artisti del Gruppo GELBA mentre dipingono una modella, Firenze, 2 marzo 2019

 

I cinque artisti, malgrado i diversi retroterra e stili che li contraddistinguono, si sentono uniti e determinati nel prendere le distanze dai manierismi del concettualismo e dell’astratto, dalle correnti dominanti del contemporaneo ideologico, nonché da quel figurativo accademico cristallizzato in una formula stereotipata e idealizzante. Il gruppo GELBA ha scelto una figurazione libera da canoni e da dogmi estetici, impegnandosi invece nell’indagare l’uomo: il sul suo esistere e sul suo agire nel gorgo del mondo e del tempo.

 

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Ersilia Leonini, Tic tac tic tac, 2018

 

Si tratta di un’esplorazione dell’uomo e del suo orizzonte sia esteriore che riposto, costituito da aneliti, rovelli, dissidi, attese, aporie, enigmi, che l’espressione visiva dei cinque pittori sa rendere e interpretare in modo profondo e intenso.

 

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Gaetano Tommasi, Wassef, 2019

 

I componenti del Gruppo GELBA avvertono l’urgenza di dar voce al proprio mondo e alla propria interpretazione dell’esistenziale, attraverso l’unicità del mezzo espressivo della pittura: è una pulsione fondamentale della creazione artistica che, nonostante si esplichi secondo declinazioni diverse, è costantemente ancorata nell’intento di comunicare (anche urtando o estraniando) senza affabulazioni e velleità di dare una risposta esaustiva.

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Barbara Antonelli, ciclo Una giornata d’estate, 2004-2007

 

La prima mostra in cui hanno esposto insieme come gruppo ha avuto come titolo R-ESISTENZE – così dichiarando il loro pensiero e la loro opposizione alle correnti odierne – e si è tenuta dal 5 all’11 maggio del 2019 presso On Art Gallery di Firenze, mentre la seconda esposizione, #FIGURINE#, si è svolta dal 20 al settembre al 2 ottobre alla galleria Simultanea Spazi d’Arte, sempre a Firenze.

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Barbara Antonelli, originaria di Cesena, formatasi come architetto a Firenze, presenta un linguaggio caratterizzato da una cromia carica e passionale e da pennellate pastose che svelano il suo sincero coinvolgimento mentale ed energetico. Nel ciclo Un giorno d’estate del 2004-2007 il focus è sulla corporeità: venata di sensualismo, certo, ma investigata maggiormente per i suoi aspetti introspettivi, al fine di visualizzare un’intimità interpretata come rifugio ove la pittrice cerca se stessa. Le diverse angolazioni da cui è esplorato il corpo compongono una mappa della pelle che si traduce in una mappa dello spirito, dando così forma a un ossessivo desiderio di carpire quell’intimo sommerso e protetto.

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Barbara Antonelli, Daniele, 2019

Quest’anno l’Antonelli ha dipinto più volte un soggetto adolescente: ha esplorato con delicatezza la bellezza del giovane, senza idealizzarlo, ma cercandone il sottile mistero. L’epidermide levigata e le morbide forme contrastano con gli occhi del ragazzo: i suoi pensieri sono di malinconia, di ricerca interiore; è immerso nell’enigma che si incontra alla soglia della vita adulta, quando la scoperta si schiude per donargli quei dolori e quelle speranze che lo segneranno per sempre, e che plasmeranno il suo spirito.

 

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Andrea Federici, Ritratto di Beatrice (particolare), 2019

 

Un procedere ponderato e un’elaborazione lenta caratterizzano il metodo di Andrea Federici, nato a Casalmaggiore di Cremona, autore di figure meno carnali rispetto a quelle realizzate dai suoi compagni. Nel suo lavoro è evidente il riferimento alla tradizione, assorbita grazie alla sua formazione accademica, rivisitata però attraverso il filtro degli stilemi del ritorno all’ordine, in particolare di Casorati. La sua personale reinterpretazione trasfonde nell’immagine una raffinata essenzialità, connotata da un’atmosfera fuori dal tempo: l’esistenza è esperita da un’angolazione che la affranca dal contingente e dal tragico, per permearla di una profonda quiete e di una lirica sospensione che rifiutano l’inganno del mondo materiale. Nei suoi dipinti ritroviamo un’umanità immersa in una dimensione ove il corpo e lo spirito non sono più in conflitto, come mostra il dipinto Silenzio del 2019. Per Federici la pittura ha la missione di rivelare all’uomo contemporaneo – stordito da immagini stereotipate o vuote – un sentiero che lo porti a ritrovare il suo mistero: il fine della pittura è di sedare i fardelli dell’esistenza e di permettere al contemplante di trascendere la prosaica quotidianità, per poter così ricercare e perdersi nella bellezza… bellezza oggi considerata alla stregua di concetto tabù.

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Andrea Federici, Silenzio, 2018

Quella di Federici è una ricerca che anela ad approdare, così afferma il pittore, a un «miracolo che inevitabilmente rimane muto»: egli pertanto ha coscienza che la creazione artistica nasce sì attraverso la disciplina tecnica e la mimesis, ma il suo esito, alla fine, incarna qualcosa di sospeso e di impossibile da imbrigliare e da esplicitare attraverso il linguaggio codificato, che per forza di cose lo limiterebbe.

 

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Ersilia Leonini, Kenzia, 2019

La fiorentina Ersilia Leonini ricrea la figura umana con oggettività, attraverso una pennellata nervosa e descrittiva. I suoi personaggi affrontano a viso aperto lo spettatore spiazzandone le attese, dando così scacco ai moralisti dell’estetismo: più che offrirsi alla contemplazione aggrediscono il nostro sguardo. La figura si impone, sprezzante, interrogativa o indifferente; la sua franca fisicità è squadernata allo scopo di indurci a una presa d’atto: è una sciabolata contro l’ipocrita e uno stimolo per chi intende sondare l’umanità con maggior coraggio. Nella sua ricerca la Leonini si interroga sul corpo, sulla sua esistenza sia fisica che energetica, nonché sul suo essere incapsulato nel gorgo del tempo, come suggerisce l’opera Tic tac tic tac del 2018, e al contempo un consegnarsi alla coscienza dell’entropia: l’ineludibile consumarsi di ogni energia e forza fisica.

L’artista non vuole che le sue opere siano passivamente contemplate: devono smuovere e scardinare le nostre idee e i nostri preconcetti, devono aprire una breccia nel nostro universo di idee. In alcune precedenti esposizioni la Leonini presentò nudi maschili remoti dai soliti canoni, con il sesso mostrato senza falsi pudori. Spesso le sue opere hanno disturbato i benpensanti: in tal modo la pittrice ha raggiunto il suo obiettivo.

 

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Luigi Tamanini, Sgomento, 2014

 

Luigi Tamanini, originario di Trento, ama lavorare su due binari: uno più vicino a quello dei suoi compagni e uno più espressionista, che incarna il suo alterego Tam Tam. A dominare in queste opere è un senso dinamico della figura, dello spazio e dell’immaginazione: una convulsione di forme e di immagini che si incalzano senza freno, trappole visive che mirano a condurci verso un affondo nell’uomo, nei suoi recessi più tempestosi e lacerati. Il pittore, in riferimento alla sua ricerca, parla di due differenti aspetti: di «corsa» e di «attesa», termini che convivono in un’apparente aporia. Le opere di Tam Tam concepite negli ultimi anni – rieccheggianti sul piano stilistico l’opera di Bacon – traducono invece il senso della corsa: la figura umana è osservata infatti da un’ottica che coglie in maniera calzante la spasmodica vorticosità dell’uomo del nostro tempo; regna un coacervo di aspetti eterogenei, come richiami alla poesia, alla letteratura, alle passioni, a situazioni attuali. Taluni suoi temi sono invece basati sulla dicotomia, sui contrasti e sulla dialettica tra entità opposte. 

Per Tamanini la pittura non può sopprimere i rovelli dell’uomo, anzi, li enfatizza per arricchire di spessore quei dissidi esistenziali, irride l’idea consolatoria dell’arte o che questa possa fornire una risposta dirimente: la pittura impone una domanda perenne a cui poco si addicono soluzioni confortanti, una domanda che indaga il vasto dominio dell’esistenza con un approccio critico e riflessivo.

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Luigi Tamanini/Tam Tam, Io dormo,

 

Nella pittura di Gaetano Tommasi, originario di Lizzano (TA) è insita una prospettiva più trascendente. Le forme descritte da dense pennellate rivelano un’osservazione perspicua della fisionomia umana; ma è soprattutto la luce ad essere fondamentale nelle sue opere: una luce che disvela non solo l’individualità del soggetto, ma altresì la sua inconsapevole purezza e il suo recondito mondo. Spesso il pittore trae spunto da fotografie d’autore, da film o usa come modelli persone incontrate per caso: si consacra a soggetti che smuovono in lui non semplicemente ispirazioni estetiche, ma che lo colpiscono su un piano più pregnante. Nei volti che sceglie di ritrarre, il pittore riconosce qualcosa che comunica icasticamente la variegata bellezza dell’uomo della nostra epoca, scevra da banali idealizzazioni.

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Gaetano Tommasi, Lacertilia,

L’artista mira a cogliere il mistero dell’esistenza rappresentata, e la profondità ulteriore celata dietro occhi che cercano i nostri occhi, come quelli scuri e penetranti di un ragazzo arabo ritratto nel quadro Wassef del 2019, o negli sguardi puntati a scrutare qualcuno o qualcosa di atteso che ci rimarrà ignoto, nel caso di Lacertilia del 2018. Per Tommasi l’arte ha il compito di unire la immane varietà umana, armonizzandone le diversità e le asperità, appagando così quel bisogno universale di incontro spirituale, anche tra ciò che sembra inconciliabile, e di spessore di pensiero: un’urgenza dimorante in ognuno di noi che il nichilismo contemporaneo sta invece annientando.

 

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Esistono e sono esistiti svariati ritorni all’ordine o alla figurazione, alcuni dei quali hanno lasciato ben poco alla storia dell’arte. Non si tratta di ritornare al passato o a una pittura mimetica, cosa che sarebbe riduttiva e poco innovativa. E’ necessario continuare e far rivivere la pittura e soprattutto ridare voce all’essere umano, alla sua immagine, alle sue inesauribili potenzialità come soggetto focale dell’arte. Tornare a rappresentare l’uomo vuol dire voler comunicare chiaramente con l’uomo: l’arte è divenuto un circuito autoreferenziale, ripiegato su se stesso, dominato – come ha scritto Simona Maggiorelli in “Attacco all’arte. La bellezza negata” – dalla finanziarizzazione e dal mercato, che l’hanno spinta verso la deriva, spogliandola di ogni senso e valore etico. L’arte contemporanea rimugina da più di un secolo sulle avanguardie, alza la posta sull’obiettivo dell’inedito, vuole spostare sempre di più le frontiere dell’arte…. ma l’arte non riflette più sull’uomo (creatore e destinatario dell’arte) e sul suo eterno mistero.

3 pensieri su “Il Gruppo GELBA: pittori figurativi di oggi

    1. Buona sera Pierpaolo. Grazie. Ci fa piacere che abbia apprezzato il tipo di ricerca di questi pittori. Il soggetto umano ha ancora tantissime potenzialità, tra l’altro il figurativo è attualmente in auge e merita di essere preso in considerazione come gli altri filoni dominanti del contemporaneo. Buona serata.

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