Sull’arte sacra del Novecento e di oggi

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

Tra i bersagli preferiti dei militanti delle avanguardie vi fu la religione, interpretata, similmente alle altre istituzioni e ai valori degli inizi del XX secolo, come zavorra e scomodo residuo della società borghese conservatrice. Se nell’Ottocento, nell’ambito delle Secessioni, dei Preraffaelliti e dei Simbolisti i soggetti sacri subirono una profonda umanizzazione o vennero caricati di un ulteriore fascino misterioso, il Novecento modernista giunse a esiti alquanto irriverenti, se non addirittura sull’orlo della blasfemia; tali realizzazioni di impatto costituirono la premessa e il riferimento per le ben più oscene trovate iconoclaste sorte nelle correnti dell’arte contemporanea: lavori, a nostro avviso, decisamente discutibili. Quella portata avanti dalle avanguardie storiche era una provocazione comprensibile nei confronti della religione e del clero, che avevano oppresso per secoli la civiltà occidentale soffocando qualsiasi tipo di critica nei loro confronti (benché già dalla fine del ‘700 il loro potere si stesse sgretolando); nonostante tutto non si arrivò mai a estirpare del tutto la fede. I più radicali e blasfemi furono i dadaisti, i surrealisti e i futuristi, mentre altri grandi artisti, come Mondrian e Kandinskij, non rinunciarono mai alla ricerca di Dio o almeno alla spiritualità: ispirati da linee di pensiero misticheggianti come la teosofia essi crearono iconografie e immagini che incarnavano questa dimensione e questo bisogno, approdando tuttavia a immagini astratte ed ermetiche, dunque non immediatamente accessibili alla maggior parte del pubblico.

 

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Max Ernst, La vergine sculaccia il bambino Gesù davanti a tre testimoni: Andrè Breton, Paul Eluard e lo stesso artista, 1926

 

Torniamo agli scandali. Max Ernst fu scomunicato dalla Chiesa cattolica per un suo dipinto raffigurante la Vergine Maria intenta a sculacciare Gesù bambino: un soggetto spiazzante e sovversivo per la morale del tempo, ma che probabilmente per l’artista non aveva intenti dissacranti. Emil Nolde, un artista espressionista credente e di destra, rappresentò le personalità delle storie bibliche con tratti lontanissimi dai canoni estetici del passato, ovvero secondo stilemi terrificanti e inquietanti – un linguaggio che verrà poi marchiato dal partito nazista come caratteristico dell’arte degenerata. Commovente, invece, appare l’opera di Georges Rouault, pittore che, malgrado si esprimesse con un linguaggio anti-naturalistico e ‘naïf’, sapeva infondere intensità e umanità al volto di Cristo.

 

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Emil Nolde, Ascensione di Cristo, 1912

 

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Georges Rouault, Ecce Homo, 1939-42

 

Negli anni Venti, ossia dopo l’esperienza delle prime avanguardie, vennero ripresi i valori della tradizione e della religione, e alcuni artisti che avevano antecedentemente abiurato alla fede, come i futuristi Giovanni Papini e Gino Severini, tornarono a credere e a impegnarsi sul fronte dell’arte religiosa; Severini infatti si dedicò alla decorazione di chiese progettando grandiosi affreschi. Diversi artisti, soprattutto italiani, non tagliarono mai i ponti col passato, e continuarono a plasmare opere di soggetto religioso di rilevante qualità, come Domenico Trentacoste, Italo Griselli e Libero Andreotti – maestri che, avendo aderito al fascismo, vennero dimenticati nel dopoguerra.

Ultimamente diverse mostre hanno trattato tale tema, tra cui Divina bellezza a Palazzo Strozzi a Firenze nel 2015, che ha documentato la temperie tra Otto e Novecento; in tale mostra sono state esposti opere di Casorati, Chagall, Van Gogh, Picasso e Fontana. Dobbiamo osservare che l’artista occidentale ha sempre tenuto presente il tema sacro, ma lo ha spogliato di tutta la solennità e della potenza che aveva goduto in precedenza, piegandolo alla propria ideologia, spesso deformando l’immagine e scandalizzando dal punto di vista iconografico.

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Martin Kippenberger, Prima di tutto i piedi, 1990

 

Facciamo un salto in avanti. Vediamo che negli ultimi decenni regna la dissacrazione, la violenza e una disumanizzazione che corrisponde anche a un aspro affronto all’orizzonte metafisico. Potremmo citare il celebre Piss Christ di José Serrano del 1987, la foto di un crocifisso immerso nell’urina che ha rischiato pure di esser distrutta da alcuni cattolici estremisti; oppure le ben più disturbanti opere dell’austriaco Martin Kippenberger, autore di Zuerst die Füße (prima di tutto i piedi) del 1990, una rana crocifissa con in mano un boccale di birra e nell’altra un uovo: l’autore intendeva rappresentare l’uomo comune che, malgrado ipocritamente si ritenga cristiano, si abbrutisce con l’alcool e con altre bassezze – un lavoro che fu aspramente stigmatizzato da critici come Philippe D’Averio e addirittura  dalla massima autorità cattolica Benedetto XVI. Scioccante è anche il lavoro di Paul Fryer: Pietà del 2007, un Cristo morto seduto su una sedia elettrica, esposta al Museo Gucci di Firenze nel 2012, che scatenò aspre polemiche quando venne esposto nel 2009 nella cattedrale della città di Gap, nella Francia meridionale.

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Paul Fryer, Pietà, 2007

Spesso, purtroppo, non si è riuscito a mantenere saldo il concetto della critica, un concetto che molto spesso è, secondo gli autori delle opere poc’anzi menzionate, alla base delle loro trovate, infatti è divenuto un mantra e un’ossessione, anzi il marchio di fabbrica di ogni opera contemporanea: tutte le opere sono di denuncia, sono critica alla società, ecc ecc. Si è confusa la critica con l’insulto e la denigrazione fine a se stessa. Charlie Hebdo ne è un esempio: ha valicato il limite pubblicando immagini che hanno ferito il sentimento religioso islamico e cristiano. Siamo di fronte a un grande errore: un conto è la denuncia e l’obiezione, una critica costruttiva, seria e rispettosa, e un conto è umiliare in maniera gratuita, vomitare odio e diffamare. La vera arte dovrebbe saper far critica senza distruggere e senza far scandalo. Non si dovrebbe mai giustificare chi denigra le figure sacre e i simboli religiosi: questi vanno rispettati perché hanno un profondo contenuto e son legati all’identità e all’interiorità di molte persone.

Il concetto di libertà dell’arte si eclissa, dato che al contrario ora impera un’anarchia senza senso che non riconosce né leggi né morale; quando domina l’elemento anarchico nell’arte si scivola al di fuori della sua sfera, dal momento che la vera arte vive sì di libertà, dunque sapendo che l’immaginazione e la bellezza non hanno catene, ma deve tener conto che vi sono però dei limiti, delle frontiere e delle salde ancore a cui non si può rinunciare, se non si vuole soccombere al relativismo, al caos e al degrado sia formale che contenutistico, e soprattutto se l’arte non vuole rischiare di essere incompresa dagli esseri umani.

 

Giovanni Gasparro, La visione di San Giovanni a Patmos: La donna vestita di sole (particolare), 2012; Elì Elì, lemà sabactani? (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?), 2005

 

Se si fa una panoramica generale sul Novecento e sulla contemporaneità constatiamo che l’arte sacra è precipitata nel brutto e nel kitsch, e che gli artisti sono ricorsi spesso allo shock e all’irriverenza. Solo pochi di loro hanno saputo mantenere una certa grazia formale e il filo con la tradizione. Lo vediamo, ad esempio, nei dipinti di Giovanni Gasparro, pittore barese nato nel 1983 dallo stile visionario e drammatico, sostenuto tra l’altro da Vittorio Sgarbi, o Ulisse Sartini, pittore piacentino nato nel 1943 e autore di una bella Ultima cena per il Duomo di Piacenza.

 

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Ulisse Sartini, Ultima cena (particolare), 2015

Un artista di notevole qualità che desideriamo farvi conoscere è Jeff Hein, un delicato realista americano nato nel 1974 nello stato di New York,  autore di ritratti, di soggetti storici e biblici, nonché scultore – in alcuni suoi lavori si avverte la lezione di Norman Rockwell, gigante della pittura americana del secolo scorso. Poniamo alla vostra attenzione il dipinto Cristo in America, in cui colpisce particolarmente il volto di Gesù, dall’espressione quieta e teneramente mansueta: i suoi occhi chiari sono spalancati verso l’uomo, pronti ad accoglierlo e ad amarlo, malgrado le sue manchevolezze e i suoi errori. Questa accoglienza è qui dimostrata dall’abbraccio e dalla protezione rivolta ai più piccoli e ai più innocenti, come quelle timide bambine (una caucasica, l’altra indigena americana) che si rifugiano in lui; l’abbandonarsi a Cristo deve essere come quello delle due bambine, creature che egli aveva additato come esempio per accedere al regno di Dio. E’ un volto umanissimo quello dipinto da Hein, eppur imperturbabile e aperto al proprio doloroso destino affrontato per amore, e dunque superiore alla condizione profana.

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Jeff Hein, Christ in America, 2011

 

Non si tratta per forza di credere o non credere. L’arte, quella autentica, sa condurci al di là dei nostri limiti fisici, sa confortarci e mostrarci un’altra umanità oltre a quella prosaica di tutti i giorni. L’arte sacra è forse l’espressione più antica dell’uomo: essa ha tentato di elevarci, di liberarci dal fardello dell’esistenza e di darci risposte a profondi interrogativi a cui ancora non riusciamo a rispondere. Anche oggi, forse, avremmo bisogno di ritrovare nelle opere artistiche uno sguardo che comunichi al nostro spirito e che, con la sua espressività e bellezza visiva, sappia emozionarci e consolarci – come per secoli fecero gli occhi di Cristo negli affreschi, nelle tavole, nelle tele e nelle sculture eseguite dagli artisti del passato. Proprio in questi tempi oscuri ci conforterebbe incontrare di nuovo nell’arte dei dolcissimi occhi, come quelli creati dal pennello dell’americano Hein, traboccanti di comprensione e di perdono a cui nessun cuore, di credente o di ateo, può rimanere indifferente, fino ad ardere e a consegnarsi a quel vertiginoso mistero.

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Jeff Hein, Christ in America (particolare), 2011

2 pensieri su “Sull’arte sacra del Novecento e di oggi

  1. Salve, ho assissito ieri sera alla sua interessantissima conferenza presso l’Accademia Balbo di Bordighera. A fine serata abbiamo scambiato poche parole e le ho parlato di un pittore belga, purtroppo il mio tallone d’Achille è la memoria e non ho saputo darle il nome preciso, cerco di rimediare ora, l’artista in questione si chiama Michaël Borremans nato nel 1963 in Belgio.
    Se volesse contattarmi per qualsiasi altro chiarimento di cui avesse bisogno (io ho frequentato l’Accadémie Royale des Beaux-Arts di Liegi per quattro anni) non esiti a contattarmi
    Grazie a presto
    Graziella Biga

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    1. Cara Graziella,
      La ringrazio molto, mi ha fatto piacere conversare con lei. Avevo presente il nome ma confesso che non lo conosco bene. Il figurativo sta tornando in auge da un po’, sebbene rimanga ancora un po’ in ombra rispetto alle opere dei grandi guru del contemporaneo ideologico. Nel blog troverà la Dolci, Riccardo Stasi, il Gruppo Gelba. Nomi di artisti figurativi noti sono per esempio Casagrande, Roberto Ferri, e poi le consiglio di guardare anche Arikha, che non è più vivente, e che passò dall’astrazione al figurativo (facendo dunque un cambio di rotta diverso rispetto a molti altri artisti). Penso che partire dalle conquiste dal passato, ritornare a indagare l’uomo, possa essere una strada feconda. Il nichilismo odierno ha prodotto una rappresentazione dell’uomo sconvolgente e che forse ci porta ad assuefarci alla violenza (le consiglio di vedere la conferenza “contro l’arte contemporanea” del gennaio 2019. Ci vedremo spero il mese prossimo all’incontro sull’Informale. Confrontarsi e scambiare vedute sull’arte mi dà una grande gioia e penso sia utile a tutti, per arricchirci e riflettere su temi inediti.
      A presto.
      Alessio Santiago Policarpo

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