Ricordi di una mostra su Giovanni Colacicchi

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

 

 

Nel 2014, a Villa Bardini – museo fiorentino immerso nell’omonimo giardino, in cui si tengono esposizioni incentrate principalmente sulle correnti dell’Otto-Novecento – visitai una mostra dedicata a Giovanni Colacicchi (1900-1992): le sue opere mi rapirono per la loro bellezza, per la loro grazia, e per l’atmosfera sospesa e contemplativa di cui le scene dipinte erano pervase. Apprezzai inoltre il coraggio e la grandezza, per un pittore del Novecento, con cui egli aveva affrontato soggetti del passato, come temi della letteratura antica o sacri, paesaggi e delicate nature morte (in particolare conchiglie), e notai soprattutto il suo amore per la figura umana, rappresentata sì in maniera naturalistica, ma quasi trasfigurata, giacché essa appare intrisa di splendore e accarezzata da una luce allo stesso tempo terrena e mistica. In questo articolo, oltre a esporre dei miei pensieri e delle riflessioni sulle opere viste e su Colacicchi – senza per forza scrivere un biografia (ne troverete una breve alla fine) o un’analisi accurata del corpus dell’artista –, desidero offrirvi alcuni particolari dei suoi dipinti da me fotografati.

 

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Orfeo, 1931 (particolare)

 

IMG_4650Colacicchi agli inizi degli anni Ottanta, quindi in tarda età, conobbe Carlo Del Bravo, già professore di storia dell’arte moderna presso l’Università di Firenze, e strinse con lui un’amicizia corroborata da un intenso rapporto intellettuale, testimoniato da un ritratto presentato in mostra. Del Bravo aveva espresso la sua ammirazione per il pittore in diversi saggi, in controtendenza rispetto ad altri critici che al contrario lo consideravano un ‘intralcio’ per l’affermazione dell’arte contemporanea a Firenze. Grazie ad alcune affermazioni riportate dallo storico dell’arte possiamo comprendere meglio la personalità dell’artista: «Sono un uomo siffatto che non posso far trascorrere un giorno senza vedere la bellezza». La ricerca, appunto, della bellezza, intesa sia nel senso della forma che del contenuto, e la continuità con la tradizione artistica antecedente erano per Colacicchi premesse fondamentali per la creazione delle sue opere, ed erano alla base della sua visione dell’arte – in forte contrapposizione alle correnti visive e agli approcci esegetici dei critici a lui contemporanei. Non a caso in un intervento del 1977, “Ufficialità e dissenso”, il pittore (ammettiamolo, forse in maniera un poco contorta) asserì che «una vera avanguardia non può essere che la conseguenza o l’attuarsi stesso della tradizione […] che non è concetto di cosa ferma, ma dinamica», e denunciava inoltre il freddo desiderio di ‘devastazione artistica’ che egli avvertiva nei tagli sulle tele di Lucio Fontana o nelle scatole con feci di Piero Manzoni.

 

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L’ebbrezza di Noè, 1955 (particolare)

 

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San Sebastiano, 1943

 

IMG_4648Questa impostazione era in nuce già diversi decenni prima: infatti nel 1947 Colacicchi, insieme ad altri artisti come Ugo Capocchini, Emanuele Cavalli, Onofrio Martinelli, Oscar Gallo, Quinto Martini, si presentarono a una collettiva come esponenti del Nuovo Umanesimo. L’essenza della loro ricerca era il ritorno a una grande arte e ai valori positivi, spirituali, e nobili della cultura umana; essi condividevano altresì l’idea che l’arte dovesse essere figurativa, in quanto solo attraverso questa caratteristica il loro linguaggio sarebbe arrivato al pubblico e solamente così avrebbe trasmesso adeguatamente un messaggio non solo estetico ma anche morale. Un nuovo umanesimo, secondo noi, è un obiettivo a cui non bisogna rinunciare, e la cui ricerca in campo artistico deve proseguire, facendosi spazio nel magma, ora astruso, ora aberrante, ora senza sostanza, dell’arte del nostro tempo. Tale progetto non può essere attuato semplicemente riprendendo iconografie passate, ma avendo sempre presente la dignità dell’immagine dell’uomo e il suo bisogno di elevazione e di profondità.

 

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La scala di Giacobbe, 1949-58 (particolare)

 

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Allegoria della danza e della musica per un cinematografo, 1948 (particolare)

 

 

home-b26-2Una breve biografia: Originario di Anagni, all’età di sedici anni Colacicchi si trasferì a Firenze, città in cui iniziò il suo percorso artistico, guidato dal suo maestro Francesco Franchetti, il quale lo introdusse presso gli ambienti artistici e culturali della città. Dagli anni Venti fino agli anni Quaranta, prima che il corso della storia dell’arte prendesse un’altra strada e iniziasse a metterlo da parte,  fu invitato alla Biennale di Venezia.  Dal 1940 al 1970 insegnò all’Accademia di Belle Arti di Firenze, di cui per molti anni ne fu il direttore. Nel dopoguerra il pittore si dedicò alla teoria dell’arte, intrattenendo discussioni e confronti con intellettuali e artisti del tempo, e si consacrò all’impegno politico e alla salvaguardia del patrimonio artistico e ambientale, in particolare del contesto fiorentino.

Per approfondire la vita e le opere del pittore potete consultare il catalogo della mostra di cui abbiamo parlato: Giovanni Colacicchi. Figure di ritmo e di luce nella Firenze del ‘900, a cura di Mario Ruffini e Susanna Ragionieri, Firenze 2014, o visitare il sito a lui dedicato. www.giovannicolacicchi.com

Un pensiero su “Ricordi di una mostra su Giovanni Colacicchi

  1. Sono grato a questo artista a me sconosciuto per l’emozione che ho provato guardando alcune delle sue opere molto toccante la tela di San Sebastiano, molto trascinante la tela ebrezza di Noe’. Penso che vederle al naturale sarei ancor più estasiato grazie

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