Courbet e la natura

di Simone Finotello

 

 

 

 

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L’onda, Edimburgo, National Galleries of Scotland, 1869

 

Mancava dall’Italia dal 1969, da quando Palma Bucarelli (tra gli altri) ne curò e allestì una personale presso l’Accademia di Francia a Villa Medici, nella ricorrenza del centocinquantenario della nascita. Prima di lei fu Rodolfo Pallucchini a ospitare l’artista borgognone a Venezia, nel 1954, curandone una retrospettiva nell’anno della figurazione Surrealista in isola e della premiazione di Arp ed Ernst. La sua prima apparizione in Italia, per chiudere, risale al 1910, sempre a Venezia, nel corso della IX Biennale con ben diciannove dipinti. A quasi cinquant’anni, quindi, dall’antologica di Roma l’Italia rende ancora omaggio a Jean Désiré Gustave Courbet (Ornans, 1819 – La Tour-de-Peilz, 1877), celebrandone il bicentenario della nascita con la mostra di Ferrara presso il Palazzo dei Diamanti, inaugurata il 22 settembre scorso e che durerà fino al 6 gennaio 2019. Tale “esclusiva”, a quanto pare europea, è oltremodo singolare se si considera che l’artista – che viaggiò moltissimo – non fu mai in Italia di proposito, considerata senza stregua la patria dell’accademismo, a lui sempre più inviso.

 

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Autoritratto con cane nero, Parigi, Musée des Beaux-Arts de la Ville de Paris, Petit Palais, 1842

 

L’obiettivo della mostra è quello di mettere in luce i rapporti tra il maestro di Ornans e il paesaggio naturale, inteso non come genere secondario e oggetto complementare del dipinto ma quale terreno d’ispirazione e di sperimentazione di una nuova realtà vitale, nei motivi come nella tecnica, così come specificamente dichiarato da Dominique de Font-Réaulx, Direttrice del Musée Eugène Delacroix e curatrice della mostra, con la partecipazione collegiale di Isolde Pludermacher (del dipartimento pittura del Musée d’Orsay), Vincent Pomarède, Barbara Guidi e Maria Luisa Pacelli, quest’ultima direttrice delle Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara.

 

 

Sorgente o Bagnante alla fonte, Parigi, Musée d’Orsay, 1868; Giovane bagnante, New York, Metropolitan Museum of Art, 1866

 

La natura è fonte d’ispirazione centrale per gran parte delle produzioni pittoriche courbettiane, circa due terzi. In tal senso, l’assenza di alcune tra le sue opere più rappresentative – come Funerale a Ornans o L’atelier dell’artista (i cui spostamenti sono oltremodo inimmaginabili) o come le più “popolari” L’origine del mondo (invero, a quanto pare, non pervenuta a causa della mancata autorizzazione del prestito) o Gli spaccapietre (perduta per sempre nei bombardamenti di Dresda) – non solo non ostacola le linee argomentative della rassegna ferrarese ma sgombera dalla valutazione oggettiva dell’autore, sia poetica sia stilistica, quei pregiudizi sentenziosi stabilmente consolidatisi nella storiografia critica, proponendone un’immagine complessiva più equilibrata. L’artista, protagonista di una delle azioni più deflagranti dei meccanismi espositivi convenzionali attraverso l’allestimento della mostra Du Réalisme, scriveva nella prefazione del catalogo introduttivo:

«Il bello è nella natura e si incontra nella realtà sotto le forme più diverse. Appena lo si trova, esso appartiene all’arte, o piuttosto all’artista che sa vederlo».

In questa breve dichiarazione di poetica si evince il carattere determinato, appassionato e provocatorio di un’artista volontariamente “rifiutato”, mai domo al passatismo accademico, all’ipocrisia sociale e neppure al proprio successo.

 

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Jean-Baptiste Camille Corot, Fontainebleau, miniera abbandonata, L’Aja, De Mesdag Collectie, 1850

Tornando alla mostra, quarantanove sono i quadri esposti in rassegna, di cui quarantotto autografi e un piccolo olio su carta intelata di Jean-Bapriste Camille Corot (Parigi, 1796 – Ivi, 1875) del 1850: si tratta di Fontainebleau, miniera abbandonata – dipinto poco conosciuto proveniente dal De Mesdag Collectie de L’Aja – un unicum di eccezionale intuito da parte della curatela che offre un interessante confronto tra le affinità compositive del paesaggio roccioso da parte dell’artista di Ornans e l’anziano collega parigino, conosciuto nei primi anni Sessanta a Saintes, sulle coste atlantiche, presso l’amico e critico d’arte Jules-Antoine Castagnary, il suo più grande sostenitore.

 

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Tramonto sul lago Lemano, Vevey, Musée Jenisch, 1874

 

L’esposizione si suddivide in dieci sezioni tematiche – non cronologiche – con opere provenienti dai più prestigiosi musei stabili del mondo: Musée d’Orsay di Parigi, Musée des Baeux-Arts de la Ville de Paris (Petit Palais), National Galleries of Scotland di Edimburgo, Metropolitan Museum of Art di New York, Dallas Museum of Art, Gemäldegalerie der Akademie der Bildenden Künste di Vienna, National Gallery of Art di Washington, Musée Fabre di Montpellier, National Gallery di Londra, Kimbell Art Museum di Fort Worth, Bayerische Staatsgemäldesammlungen Neue Pinakothek di Monaco ma anche da vari siti museali delle città di Strasburgo, Bristol, Tolosa, Ginevra, Marsiglia, Cambridge, Bruxelles, Francoforte, Liverpool, Lione, Le Havre, L’Aja e Lilla, oltre a diverse provenienze di collezioni private. Non sono presenti né Bracconieri nella neve del 1867 né la Vague del 1871, uniche opere pubbliche “italiane”, entrambe conservate presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, acquistate rispettivamente nel 1971, per opera dell’allora soprintendente Palma Bucarelli, e nel 2017, dall’allora Ministro dei Beni e delle Attività Culturali Dario Franceschini, le cui presenze, per la perfetta coerenza di genere con le opere esposte nelle sezioni venatorie e marine, avrebbero senz’altro suscitato un notevole coinvolgimento.

 

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L’incontro o Buongiorno Signor Courbet, Montpellier Méditerranée Metropole, Musée Fabre, 1854

 

Le sezioni sono così titolate: Cartoline dalla Franca Contea, La natura e la figura, Fanciulle sulle rive della Senna, Il Mediterraneo, Le grotte, Viaggi e confronti, Paesaggi di mare, Natura morta: paesaggi della nostalgia, Svizzera, La caccia.

 

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La quercia di Flagey, Ornans, Musée Départemental Gustave Courbet, 1864

 

Le opere permettono di affrontare tutta la tematica paesaggista e naturalista della produzione courbettiana a partire dall’atrio di prologo, dove la rassegna debutta con due tra i suoi dipinti più emblematici: La quercia di Flagey (o La quercia di Vercingetorige) e l’Autoritratto con cane nero. Il primo è particolarmente interessante: ambientato nei suoi affezionati luoghi d’infanzia, il soggetto non rappresenta un albero qualunque ma un’imponente allegoria di se stesso, una sorta di autoritratto in sua assenza, una pianta realmente esistita fino al secolo scorso (sradicata da un forte temporale), simbolo “araldico” non solo di forza d’animo ma anche di nobiltà politica poiché la stessa, denominata volutamente Quercia di Vercingetorige presso Alisea, Franca Contea, si situerebbe nel preciso luogo dove si concretò la celebre battaglia gallo/romana, appunto nel Giura e non in Borgogna come sosteneva Napoleone III. Un atto d’amore verso la terra natia e, al contempo, una chiara accusa contro le velleitarie ipotesi imperiali.

 

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Cacciatore a cavallo, mentre segue le tracce,  New Haven, Yale University Art Gallery,  1863-4

 

Scriveva Courbet:

«Per dipingere un paesaggio, bisogna conoscerlo. Io conosco il mio paese, lo dipingo».

Dalle profonde cavità carsiche delle grotte della Loue al lirismo delle cascatelle del Lison e dei boschi fiorenti della Franca Contea, dove svenevoli nudi femminili (altro elemento peculiare per Courbet è l’analisi della figura umana) si fondono agli elementi primari della natura madre; dalle marine mediterranee di Palavas, nel sud della Francia – che conobbe dopo il 1850 grazie all’incontro con l’amico banchiere e mecenate Alfred Bruyas, perpetuato nel celebre dipinto Buongiorno Monsieur Courbet, qui presente – a quelle atlantiche della Normandia – a Trouville, Deauville e a Etretat, dove lavorò con Whistler e conobbe la modella amante Joanna Hiffernan, o a Le Havre presso Monet, legati com’erano da sentimenti di reciproca stima e amicizia – che diedero vita alla serie delle Onde (dalla cui famosa di Edimlurgo è tratta l’icona della locandina e del catalogo) in un evidente schiarimento della gamma cromatica; dalle rive romantiche (e malinconiche) dei laghi e delle alpi svizzere di Lemano – dove parò per sfuggire ai debiti contratti per la sua adesione alla causa comunarda e dove morì nel 1877, a La Tour-de-Peilz – ai sottoboschi innevati dei territori di caccia, sua grande passione.

 

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La valle della Loue sotto un cielo tempestoso, Strasburgo, Musée des Beaux-Arts, 1849

 

Courbet, non ultimo, fu innovatore della tecnica pittorica, grazie all’uso di una varietà di strumenti a dir poco inusuale, come la spatola o addirittura il polpastrello delle dita, che gli consentirono una stesura del colore gestuale e materica, oltre che alla scelta di una gamma cromatica terragna, talvolta “volgare”, quasi volesse trasporre nella tela l’energia vitale della natura stessa. Si deduce come i suoi lavori siano stati oggetto di studio e di emulazione da parte di alcuni tra i protagonisti principali della scena moderna francese di secondo Ottocento, come Cézanne e tutta la generazione degli Impressionisti.

 

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Fanciulle sulle rive della Senna, estate, Parigi, Musée des Beaux-Arts de la Ville de Paris, Petis Palais, 1856-57

 

La monografica è essenziale, mai dispersiva, coerente e ben illuminata. Una doverosa citazione va a una delle produzioni di maggior formato presente in mostra (seconda, per dimensioni, solo al Cervo nell’acqua del Musée des Beaux-Arts di Marsiglia, uno degli ultimi dipinti esposti in mostra), proveniente dal Petit Palais e alla cui visione è dedicata un’intera unità tematica, la terza: si tratta di Fanciulle sulle rive della Senna (estate) un dipinto ricco di straordinari stimoli che conferisce alla mostra uno spessore e un respiro davvero emozionale. Sul lavoro del 1856 è stato scritto ogni genere di cose fin dalla prima “pubblicazione”, avvenuta al Salon nell’anno successivo (celebre la descrizione derisoria di Théophile Gautier). A prima vista colpisce per le colossali dimensioni; poi via via i forti contrasti cromatici, i verdi sgargianti, la goffaggine delle pose, scomposte in un languido erotismo e un cappello d’uomo appoggiato sulla barca… Si percepisce la grande cura per i problemi compositivi, nei volumi niente è casuale; del dipinto, in effetti, sono stati recuperati diversi bozzetti preparatori, come carboncini su carta e uno schizzo colorato. Usualmente, queste solenni grandezze erano riservate a temi di carattere storico o sacro ed è anche questo un altro elemento di novità rivoluzionaria del “fare courbettiano”: l’uso della pittura come estetizzazione della realtà vitale.

 

«Ho studiato l’arte degli antichi e quella dei moderni. Non ho voluto né imitare gli uni, né copiare gli altri. Ho voluto essere capace di rappresentare i costumi, le idee, l’aspetto della mia epoca secondo il mio modo di vedere; fare dell’arte viva, questo è il mio scopo».

 

Courbet e la natura offre una chiave di lettura per molti aspetti inedita, un punto di vista più bilanciato del maestro di Ornans. A mio avviso, una retrospettiva davvero convincente.

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