Una mostra sull’Impressionismo tedesco

di Alessio Santiago Policarpo

 

Una mostra degna di essere segnalata – in particolare per l’argomento trattato davvero poco noto e diffuso in Italia – è quella inaugurata l’11 luglio presso il Museo Archeologico Regionale della città di Aosta, visitabile fino al 25 ottobre 2020: “Impressionismo tedesco. Liebermann, Slevogt, Corinth dal Landesmuseum di Hannover”.

La scelta delle 72 opere in mostra, per la maggior parte mai esposte fuori dalla Germania, ha come scopo quello di far conoscere una scuola pittorica sviluppatasi nell’ultimo decennio del XIX secolo, e proseguita grazie ai suoi seguaci fino agli anni Trenta del secolo successivo. Tuttavia le prime sale espongono lavori di artisti appartenenti al paesaggismo di matrice realista e romantica dei decenni centrali dell’Ottocento, come August Bromeis o Hans Thoma: infatti questa fase dell’arte tedesca viene letta come fondamentale premessa per il fiorire dell’Impressionismo tedesco, segnatamente per ciò che concerne l’aspetto correlato all’interesse per la natura.

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Max Slevogt, Il pittore a Capri, 1889

L’impressionismo tedesco fiorì vent’anni dopo rispetto a quello francese, dunque in un periodo in cui la critica aveva già digerito la rottura di quella ricerca artistica che intendeva incamminarsi verso un nuovo modo di percepire e rendere la realtà; d’altronde l’Impressionismo si era gradualmente già imposto come stile sia in Europa che in America. Il successo e la diffusione dell’impressionismo teutonico vanno attribuiti altresì all’abilità dei mercanti d’arte, figure chiave, insieme ai critici, per l’affermazione dei movimenti visivi; nel caso degli impressionisti tedeschi ebbe un ruolo rilevante Fritz Gurlitt (1888-1965). Sebbene sia vasta la produzione di questo movimento, la critica, sia del Novecento che di oggi, ha preso ben poco in considerazione i suoi rappresentanti.

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Max Slevogt, Due leopardi in gabbia, 1901

Un aspetto su cui la mostra ha voluto focalizzarsi riguarda la diversità di intenti e contenuti tra l’Impressionismo francese e quello tedesco. Quest’ultimo viene interpretato come un filone meno rivoluzionario rispetto a quello nato in Francia, che prediligeva una cromaticità terrigna, meno seduttiva di quella presente nelle opere di Monet, Renoir, Degas e dei loro epigoni. Si avverte nell’impressionismo di matrice teutonica una profondità maggiore, una disposizione più riflessiva. Questa lettura della storica dell’arte Jutta Hulsewig-Johnen, che ha curato nel 2009 una mostra dedicata alla corrente artistica che stiamo trattando, è sicuramente condivisibile: pesano sicuramente differenze di tipo sociale e culturale, che probabilmente hanno differenziato anche un’altra linea artistica come l’espressionismo del primo ‘900, così distanti nei due paesi.

I tre massimi rappresentanti dell’Impressionismo tedesco furono Max Liebermann, Lovis Corinth e Max Slevogt, i quali costituirono, come scrisse il mercante d’arte e collezionista Paul Cassirer (1871-1926), un vero e proprio triumvirato

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Max Liebermann, Tiergarten, 1915, particolare

Max Liebermann (1847-1935), di origine ebraica, studiò a Berlino e a Weimar. Affascinato dalle novità dell’arte francese, si recò a Parigi per soggiornarvi dal 1873 al 1878. Rientrò poi in patria, dove lavorò a Monaco di Baviera e successivamente a Berlino. Gli artisti francesi che lo suggestionarono maggiormente furono Manet e Degas, di cui collezionò alcune opere. Nel 1899 Lieberman, insofferente all’ambiente artistico tedesco che trovava ormai stagnante, fondò insieme a Corinth e a Slevogt, la Secessione di Berlino, che guidò in veste di presidente.

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Lovis Corinth, Wilhelmine, figlia di Corinth, con gatto, 1924, particolare

Originario della Prussia orientale, Lovis Corinth (1858-1925) si trasferì nel 1880 a Monaco di Baviera, dove frequentò l’Accademia. Dal 1884 al 1887 studiò a Parigi, dove conobbe direttamente le ricerche dell’Impressionismo. Rientrò in Germania nel 1891, vivendo prima a Monaco e poi a Berlino, dove si unì, in sintonia con le idee di Liebermann, alla Secessione di Berlino. Il particolare del quadro qui sopra riprodotto ci fa notare come l’artista si avvicinò poi, nei primi decenni del Novecento, al movimento dell’Espressionismo, infatti l’immagine del gatto non è semplicemente scomposta e accennata secondo il modus pingendi impressionista, ma appare quasi dilaniata, scossa da una forza risoluta: si ravvisano pertanto suggestioni della pittura di Oskar Kokoschka, artista che introdusse appunto Corinth alla poetica e alla tecnica pittorica espressioniste. In epoca nazista questa adesione costò a Corinth l’infamia, tanto che le sue opere vennero bollate come arte degenerata. 

La storia di questo filone artistico visse una battuta d’arresto negli anni della grande guerra (1914-1918), ma subito si riprese grazie ai suoi continuatori, le cui opere presentano alcune peculiarità che rimandano ad altre esperienze pittoriche. Per esempio il dipinto di Hans am Ende (1864-1918), il cui soggetto – un semplice animale – diventa protagonista dell’intera tela, rivela suggestioni del Puntinismo e del Divisionismo; egli infatti aveva osservato la pittura di Giovanni Segantini. La pastosità e la densa stesura riescono a suggerire il senso materico del vello dell’animale. Il poeta Rainer Maria Rilke aveva scritto di Hans am Ende, sottolineando il profondo amore che il pittore provava nei confronti della natura, una natura desolata e vasta in cui l’uomo non ha però spazio.

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Hans am Ende, Capra nel giardino di casa, 1903-05

Una simile visione della natura è ravvisabile anche nell’opera di Otto Reiniger (1863-1909), rappresentante del cosiddetto impressionismo svevo: nel quadro del 1907 presentato in mostra vediamo gli alberi e le vegetazione sulle rive del Neckar, affluente del Reno, un luogo immerso in un’atmosfera sospesa e solitaria, venata di mestizia. Molto spesso il pittore aveva raffigurato questo fiume, che attraversava la sua città natale, Stoccarda. Lo scorrere delle acque, la sua descrizione essenziale ma icastica, era un soggetto in cui Reiniger raggiunse l’apice della sua bravura, così riteneva lo storico dell’arte Ingobert Schmid, che scrisse su di lui una monografia nel 1982.

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Otto Reiniger, Il fiume Neckar vicino Geisingen, 1907

 

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Leonhard Sandrock, Piroscafo in cantiere, 1911

 

Il tema rappresentato nel quadro di Leonhard Sandrock (1867-1945), qui sopra riprodotto, era alquanto tipico della sua produzione: era non a caso interessato a rappresentare il lavoro dell’uomo e ambienti come le acciaierie, i porti, quindi affrontando temi meno connessi con la natura o il suo fascino. Questo elemento introduce un’altra differenza con l’Impressionismo francese, che era invece più interessato alla rappresentazione della natura, degli svaghi borghesi: in seno all’Impressionismo tedesco vi era un filone interessato agli aspetti ‘industriali’, che spesso rappresentava paesaggi urbani grigi e inquinati, così enfatizzando una certa componente realista.  

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Georg Greve-Lindau, Veduta della via Senese dal giardino di Villa Romana a Firenze, 1912-13

Diversi artisti, tra cui Georg Greve-Lindau (1876-1963) e Paul Baum (1859-1932) – come d’altronde i capostipiti dell’Impressionismo tedesco – viaggiarono in Italia, riproducendo nei loro dipinti panorami abbastanza ‘classici’, eseguiti osservando costantemente il principio cardine della pittura en plein air: durante questi viaggi, verosimilmente, poterono altresì conoscere e trarre ispirazione dalle opere di alcuni artisti toscani, come i Macchiaioli o maestri legati al Divisionismo, come Plinio Nomellini. Questo ci spinge a considerare gli sviluppi delle ricerche artistiche sempre da un’ampia ottica che comprende una dimensione europea, contraddistinta sì da differenze nazionali, ma che disvela una circolazione di idee, di forme e di linguaggi stilistici.

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Paul Baum, Veduta di San Gimignano, 1927-32

 

La mostra aostana porta per la prima volta in Italia opere di maestri pressoché sconosciuti, permettendoci di scoprire un diverso orizzonte culturale e visivo. Sono ancora non poche le correnti sorte tra Otto e Novecento che devono essere riscoperte dalla critica (anche se negli ultimi decenni la rivalutazione di quei filoni prosegue in modo deciso) e che soprattutto vanno ancora diffuse e divulgate presso il grande pubblico. 

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