Il Museo d’Arte Contemporanea di Imperia

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

Il 7 febbraio 2016 ha aperto al pubblico il Museo di Arte Contemporanea di Imperia – noto con l’acronimo M.A.C.I. – la cui collezione permanente è costituita da una parte della raccolta appartenuta all’architetto genovese Lino Invernizzi, donata al Comune imperiese dalla vedova Maria Teresa Dané nel 2006, a condizione che le opere venissero esposte in un luogo adeguato.

Il collezionista era figlio di Angelo Invernizzi, l’architetto che negli anni ’40 costruì, su progetto di Marcello Piacentini, il grattacielo di Piazza Dante a Genova; grazie al suo successo e alla sua agiatezza Lino Invernizzi raccolse negli anni diverse opere d’arte di differenti temperie culturali: dalla figurazione all’avanguardia, dal costruttivismo all’arte cinetica, eseguite da celebri maestri come Marino Marini, Robert Delaunay, Josef Albers, Frank Kupka, Victor Vasarely ed altri ancora. Al M.A.C.I. sono conservate una sessantina di queste opere, stimate per più di 2 milioni e mezzo di euro, e allestite su due piani all’interno di Villa Faravelli, ubicata su Viale Matteotti di fronte al mare; l’edificio fu commissionato da Umberto Faravelli all’ingegnere Francesco Muratorio, e completato nel 1940 in uno stile che coniuga forme rinascimentali (come vediamo dagli archi a tutto sesto del portico) con stilemi razionalizzanti.

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Esterno di Villa Faravelli, con una installazione luminosa di Mario Lodola esposta per la mostra temporanea dedicata a David Bowie

 

Percorreremo ora il museo, soffermandoci brevemente su alcune delle opere ivi conservate.

 

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Umberto Mastroianni, Il ritratto 1930

 

Al piano terra, nell’atrio, la prima opera che accoglie il visitatore è un ritratto femminile in terracotta dello scultore laziale Umberto Mastroianni (1910-1998), realizzato nel periodo in cui l’artista si allineò alle istanze del Ritorno all’ordine, cimentandosi in temi e tecniche della tradizione; tuttavia negli anni del secondo dopoguerra, fino alla fine del secolo scorso, Mastroianni si orientò verso sperimentazioni astrattiste, creando assemblaggi in acciaio e materiali vari.

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Oscar Saccorotti, Vaso di fiori s.d.

 

Oltre a due sale adibite alle mostre temporanee, sempre al piano terreno, si trova la sala dell’Arte figurativaQui vi troviamo diversi maestri, tra cui: Oscar Saccorotti (1898-1986), nato a Roma ma cresciuto a Genova, espose tra gli anni ’30 e ’40 presso diverse edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale di Roma; la sua produzione è costituita principalmente da nature morte e paesaggi. Fiorenzo Tomea (1910-1960), pittore veneto trasferitosi dodicenne a Milano, formatosi all’Accademia Cignaroli a Verona, conobbe artisti di rilievo come Aligi Sassu, Francesco Messina, e il critico Edoardo Persico; in Paesaggio cadorino, omaggio alla sua terra, si ravvisano influenze della pittura di Cézanne, di Carlo Carrà e di Ottone Rosai. Il lombardo Pio Semeghini (1878-1964), frequentò a Parigi De Pisis, Severini e Modigliani; qui ammiriamo un paesaggio – assai diverso dal linguaggio corposo di Tomea – dai colori diafani, lievi, e dalle forme che sembrano dissolversi come ricordi remoti, ispirando così una profonda mestizia.

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Fiorenzo Tomea, Paesaggio cadorino 1954

 

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Pio Semeghini, Paesaggio s.d.

 

IMG_6963.CR2Salendo al primo piano si trovano sei sale espositive, ognuna delle quali raggruppa i pezzi in base alla loro appartenenza a una determinata linea di ricerca; alcune opere sono però collocate anche nel ballatoio e nei corridoi di destra e di sinistra. Proprio un quadro collocato nel corridoio est ci colpisce: Composizione in giallo e arancione del 1957, dipinto da Ernst Wilhelm Nay (1902-1968), pittore tedesco formatosi negli anni ’20 all’Accademia d’arte di Berlino, le cui prime suggestioni provengono dagli espressionisti tedeschi, come Kirchner, e da Matisse. Nay studiò un breve periodo a Roma ed ebbe negli anni ’30 una borsa di studio finanziata da Edvard Munch, grazie alla quale studiò sulle isole Lofoten in Norvegia; alcuni suoi lavori vennero esposti presso la famosa mostra dell’arte degenerata del 1937, organizzata dal regime nazista per condannare ufficialmente le opere dell’avanguardia. Il dipinto del M.A.C.I. è costituito da chiazze perlopiù tonde o amorfe, i cui bordi sono creati da una pennellata che ha qualcosa di liquido e di vibrante, dando così l’impressione che queste chiazze si muovano o galleggino: un dettaglio e un modo di dipingere che ricordano lievemente quella di alcuni dipinti e acquarelli di Kandinskij. L’opera di Nay è di una bellezza delicata, evocativa e onirica, nonostante la mancanza di un soggetto: alcuni critici, giustamente, hanno proposto una lettura per cui tale genere di realizzazioni sarebbero da considerarsi più oggetti estetici che opere d’arte – questo è il giudizio di Hans Sedlmayr; infatti qua cogliamo un’atmosfera senz’altro suggestiva, che punta sostanzialmente alla dimensione estetica dei colori e delle forme, ma non c’è comunicazione e complessità di significati o una visione della realtà riconoscibile.

 

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Marino Marini, Cavaliere 1958

 

Nel Salone azzurro è collocata forse l’opera più emblematica del museo: il Cavaliere del famoso Marino Marini (1901-1980), allievo di Domenico Trentacoste, autore di bronzi ispirati alle civiltà antiche, di un arcaismo che, nel Novecento, incarnava l’anelato desiderio della modernità avanguardista. Quella esposta a Imperia è di dimensioni ridotte rispetto ad altre tantissime versioni del medesimo tema – una delle più note è al Guggenheim di Venezia – ma colpisce comunque per la sua icasticità ed essenzialità formale. Nella stessa sala sono esposte altre creazioni di grandi artisti, come Robert Delaunay (1885-1941) e Serge Poliakoff (1906-1969), ma troviamo altresì un’opera particolare: un arazzo-tappeto in fibra intrecciata raffigurante motivi geometrici, realizzato da Sonia Terk Delaunay (1885-1979), moglie di Robert Delaunay, conosciuto a Parigi agli inizi del ‘900.

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Robert Delaunay, Paesaggio 1926-27

 

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Massimo Campigli, Concerto di pettinatrici 1960 (particolare)

 

Nello stesso Salone azzurro ci imbattiamo nel Concerto di pettinatrici di Massimo Campigli (1895-1971), un’opera di notevole raffinatezza: dal punto di vista tecnico l’artista lo ha realizzato imitando il metodo dell’affresco, mentre l’iconografia si basa su una citazione antica, infatti esistono sculture raffiguranti la dea Venere intenta a pettinarsi o a strizzarsi i capelli bagnati – un’immagine che venne umanizzata e ripresa nell’Ottocento, come ad esempio vediamo nelle donne intente a pettinarsi raffigurate da Degas. La stilizzazione e l’horror vacui, creato dalle donne una addossata all’altra, hanno un ché di arcaico e allo stesso tempo di moderno.

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Renato Birolli, Campeggio s.d. (particolare)

 

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Josef Albers, Una dolce avventura 1957; Camille Louois Graeser, Costruzione 1971

 

Nella sala dell’Astrattismo internazionale possiamo ammirare un’opera di Josef Albers (1888-1976), professore nella scuola del Bauhaus negli anni ’20 (quando da Weimar venne spostata a Dessau): qui vediamo una delle tante repliche appartenenti alla serie dell’omaggio al quadrato, costituita da quadrati ripetuti e sovrapposti, i quali presentano una cromia di diverse tonalità che danno vita, dal punto di vista ottico, a un effetto di profondità – tali realizzazioni di Albers saranno un riferimento importante per la pittura minimalista degli anni ’60.

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Lucio Fontana, Attese: concetto spaziale 1965

 

Spostandoci nella Sala centrale possiamo ammirare due opere di Lucio Fontana (1899-1968), della serie delle tele tagliate; se si prosegue in fondo all’ala ovest troviamo una sala dedicata all’Arte cinetica, una corrente – probabilmente ancora non molto conosciuta dal grande pubblico – sorta agli inizi degli anni Sessanta, basata su aspetti legati alla tecnologia e al concetto di movimento nell’opera, per cui venivano usati congegni e motori per far pulsare la superficie della tela, con blocchi in movimento, spesso in maniera casuale – la casualità e l’imprevidibilità degli esiti delle forme e del movimento è un altro aspetto cruciale di questa ricerca, paradossalmente connesso a una progettualità e a un calcolo preciso in termini di dispositivi. Vi mostriamo, in rappresentanza di questa linea cinetica, un’opera di Enzo Mari (1932), artista piemontese vivente, formatosi all’Accademia di Brera, e specializzato nel design e nel disegno industriale.

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Enzo Mari, Struttura numero 731 1963

 

La collezione di Lino Invernizzi  esposta a Imperia – presentatavi qui sinteticamente –rivela una grande apertura mentale e culturale dell’architetto verso espressioni visive assai diverse, sia figurative sia inclini ad ardite sperimentazioni formali e semantiche. La presenza di tale museo è importante per la provincia dell’estremo Ponente Ligure, dato che mancava un luogo deputato alla documentazione e alla divulgazione delle correnti del Novecento, le quali necessitano ancora di essere conosciute e studiate dal pubblico – con la libertà di ognuno di esprimere un personale giudizio di apprezzamento, o di indifferenza o di dubbio. I progetti che vi hanno luogo, come la didattica museale, il coinvolgimento di studenti delle superiori impiegati come guide, le mostre temporanee di grandi nomi come Marco Lodola, Luca Saini ecc,  sono magnificamente portati avanti grazie alla Cooperativa C.M.C. (che gestisce il M.A.C.I. per conto del Comune di Imperia, a cui il museo appartiene), guidata da Angelo Giacobbe, e con la collaborazione e il lavoro di Manuela Pizzichi e Marta Vassallo

 

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Victor Casarely, G. D. 4 1966

 

https://www.facebook.com/macivillafaravelli/?fref=ts

Orari di apertura: Venerdì 16.00-19.00; Sabato 10.00-13.00/16.00-19.00; domenica 16.00-19.00

Dal 1 giugno al 30 settembre: giovedì e venerdì 16.30-19.30; sabato 10.00-13.00/16.30-19.30; domenica 16.30-19.30

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