Opere e monumenti della prima metà del Novecento a Bologna

di Alessio Santiago Policarpo

 

 

La patria di maestri medievali come Vitale e lo Pseudo-Jacopino, di Francesco Francia nel Rinascimento, dei Carracci e dei loro allievi tra Cinque e Seicento e di altri superbi artisti, ospita anche alcune opere e dei monumenti di elevata qualità realizzati nel XX secolo, i quali, non essendo particolarmente famosi, meritano di essere conosciuti e divulgati. Tali imprese si inseriscono armoniosamente nel centro storico di Bologna, il quale ha subito negli ultimi due secoli, come altrove, vari risanamenti e ricostruzioni. Avevamo parlato del MAMbo, la cui collezione documenta le correnti visive del secondo Novecento e della contemporaneità; ora ci occuperemo, sebbene in modo estremamente conciso, della prima metà del secolo scorso (toccando, tuttavia, anche gli anni Cinquanta), offrendovi le foto di cinque opere – singole, architettoniche e monumentali, e perlopiù pubbliche – che si distinguono per la loro bellezza (non ci occuperemo qui di opere di età fascista, dato che l’argomento sarà affrontato in un altro scritto). Riteniamo che queste creazioni possano rappresentare adeguatamente un periodo in cui l’arte era rimasta ancorata a valori e a principi estetici alti, ovvero prima che Bologna, e in generale l’Occidente, diventasse un ‘campo di battaglia’ tra  espressioni visive inedite, trasgressive e di filoni ideologizzati impegnati per lo più nella critica: in altre parole di un’avanguardia che ha messo in crisi l’autentica essenza dell’arte.

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Al periodo in cui alcuni settori della città erano in fase di ricostruzione dopo i disastri dell’ultima guerra mondiale, risale la statua bronzea raffigurante il Cardinale Giacomo Lercaro, realizzata da Giacomo Manzù (1908-1991) e collocata l’8 dicembre del 1954 nella basilica di San Petronio, per commemorare sia la consacrazione avvenuta il 3 ottobre dello stesso anno (malgrado fosse assai antica, la chiesa non era mai stata consacrata), sia l’investimento, due anni prima, a vescovo di Bologna del cardinale. Collocata in fondo alla navata sinistra dell’immensa chiesa, l’opera spicca per la sua solenne solidità e ieraticità, caratterizzata com’è da forme sintetiche ma incisive; messo un po’ da parte all’interno dell’edificio, il bronzo di Manzù appare di grande dignità artistica, nonosIMG_6197tante la distanza temporale e stilistica dalle altre opere pittoriche e scultoree ivi conservate. Al Lercaro, oltretutto, è dedicata una fondazione che ha come obiettivo quello di promuovere iniziative culturali e sociali, nonché progetti di studio e di ricerca sull’architettura religiosa nell’età contemporanea.

Manzù, originario di Bergamo, aveva iniziato una serie di Cardinali dalla fine degli anni Trenta, e indagò tale s
oggetto con insistenza durante tutto il suo percorso: l’artista, infatti, arrivò ad eseguirne più di 300 versioni, diversissime le une dalle altre per materiali e forme.  Lo scultore si era altresì dedicato con impegno a opere di tema sacro, come Crocifissioni e Deposizioni; lavori, tuttavia, che non incontrarono mai il pieno apprezzamento da parte del clero e dalle autorità politiche.

 

IMG_6217A due passi da San Petronio troviamo un prezioso lampione liberty incastonato nel Palazzo di Re Enzo, all’angolo tra via Rizzoli e piazza del Nettuno, collocato dopo i restauri dei fronti dell’antico edificio, effettuati da Alfonso Rubbiani, durante gli interventi che riguardarono l’ampliamento di via Rizzoli e la demolizione di alcuni fabbricati. L’opera, di apprezzabile raffinatezza tecnica, venne eseguita (così riporta la scritta incisa sotto il piedistallo su cui poggiano le zampe di uno dei due leoni affrontati) nel 1920 da Gaetano Samoggia (1869 – 1950), pittore, scultore e decoratore attivo principalmente a Bologna. Le forme del manufatto si riagganciano all’epoca del palazzo e del contesto storico della città, dunque sono ispirate a suggestioni medievali e gotiche, infatti le linee del leone, avendo un che di araldico, ricordano uno stemma. Il lampione è stato oggetto nel 2011 di un restauro durato più di quattro mesi, progettato dall’architetto Francisco Giordano e attuato con la collaborazione di Ginevra Selli. L’operazione ha comportato il restauro delle parti metalliche, la pulizia dei vetri del lampione e il ripristino dell’illuminazione del corpo centrale. Tale lavoro è costato oltre 12.000 euro, ed è stato possibile grazie alla generosità di numerosi artisti che, per l’occasione, hanno messo all’asta le proprie opere. Inoltre, dal 2012, il lampione, comandato a distanza dai reparti di maternità pubblici della città, si illumina per alcuni secondi ad ogni nascita di un nuovo cittadino.

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La stagione del liberty prosperò con successo a Bologna, come testimonia il raffinato lampione poc’anzi menzionato e altresì i diversi palazzi, sia del centro che extra moenia, forgiati secondo quelle moderne forme di gaia eleganza. Ne vediamo qui due: uno ubicato nel centro storico, a due passi da Piazza Minghetti, l’altro situato nella Bolognina, quartiere nord fuori le mura, dietro la stazione centrale.

 

IMG_6203Palazzo Alberani, costruito nel 1909 da Ettore Lambertini (1861-1935) e da Paolo Graziani (1882-1960) all’angolo tra via Farini e via Castiglione, era una casa-bottega di un farmacista, decorata con estremo gusto e ricercatezza. Trattandosi di un esercizio commerciale gli architetti puntarono sia a renderlo ben visibile, sia a raffigurare il prestigio sociale del proprietario: si focalizzarono pertanto sulla soluzione d’angolo, conferendogli risalto attraverso elaborate decorazioni. Si notano particolari neo-rinascimentali (ad esempio nel bugnato del basamento), e la pregevolezza dei balconi in ferro battuto al primo e al secondo piano. I bassorilievi dell’angolo mostrano i simboli dell’attività imprenditoriale del farmacista che fu proprietario dell’edificio, infatti la figura femminile prostrata rappresenta la Scienza, e sullo sfondo si intravedono i papaveri da oppio: in passato, infatti, il lattice prodotto da quei fiori veniva impiegato sia come narcotico che come medicamento sedativo e analgesico, prima che il suo uso venisse proibito dalla legge.

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Uscendo dalle mura, dopo qualche metro dal ponte sulla stazione e appena giunti nel quartiere della Bolognina, troviamo la Palazzina Crespi di Via Matteotti 21,  progettata dall’ingegnere e architetto Giulio Marcovigi (1870-1937), che la eresse tra il 1910 e il 1912. Marcovigi fu anche giornalista, e amico dei politici socialisti Francesco Zanardi e Filippo Turati; si specializzò in edilizia ospedaliera, tantoché fu autore, con  Giulio Ulisse Arata, del complesso del Nuovo Ospedale Maggiore di Niguarda a Milano.

 

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Colpisce per la sua leggiadra bellezza il fregio ornamentale applicato alla fascia di muratura tra il primo e il secondo piano, realizzato in cemento e raffigurante un ricco intreccio di foglie e di frutti di melograno – elemento tipico dell’Art Nouveau, alludente forse all’abbondanza e dunque spogliato dei suoi riferimenti cristologici che esso aveva nel passato, ad esempio in età rinascimentale.

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Di grande suggestione è il Monumento onorario a Giosué Carducci, dedicato al celebre poeta scomparso nel 1907 da parte del Comune di Bologna, e innalzato proprio accanto alla casa in cui il letterato aveva vissuto, a ridosso di un lacerto delle antiche mura. La realizzazione venne affidata allo scultore Leonardo Bistolfi (1859-1933), contemporaneo di Trentacoste, coadiuvato, per la sistemazione architettonica, da Mario Labò (1884-1961). Lo scultore piemontese iniziò a ideare il gruppo di statue a partire dal 1908, dando vita a vari bozzetti e ai gessi; fu una lunga elaborazione – si pensi anche all’interruzione sopraggiunta a causa della prima guerra mondiale –, tant’è che il compimento e l’inaugurazione di questo splendido monumento avvenne nel giugno del 1928.

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I tre gruppi statuari si trovano su un rialzo naturale, e due di essi sono avanzati rispetto a quello centrale del Poeta e al Trittico retrostante. A sinistra ammiriamo l’Amore della natura, che incarna “il senso panteistico della vita” presente nella poesia di Carducci: la Natura, abbandonata su un ramo di parabola e nuda giacché vera e libera da artifici, attira a sé il bacio del Poeta, il quale la contempla rapito d’amore, riconoscendo in essa la autentica musa dell’arte; poco lontano dalla coppia un fauno suona il flauto, simbolo di ispirazione.

 

 

 

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A contrastare la placida dolcezza di questo gruppo – e leggermente più in alto rispetto al piano della natura, poiché ora ci si eleva verso le creazioni della mente umana – vi è a destra il gruppo del Sauro destrier della canzone, cavalcato dalla Libertà e retto, a destra e a sinistra, dalla Rima e dal Ritmo (il Bistolfi le interpreta pure come le Grazie): statue caratterizzate da un potente slancio e movimento.

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Al centro è ubicata la figura di Carducci meditabondo, intento a cercare ispirazione e i versi da comporre; la scultura è arretrata verso il Trittico, il quale ha una forma orizzontale e rappresenta la sintesi dell’opera letteraria del poeta: la parte sinistra dedicata all’opera giovanile, la parte centrale all’Ode Barbara, la terza alla canzone patria e agli ultimi canti. Le tre parti del trittico sono divise da due lesene più rilevate del fondo che rappresentano gli elementi morali alla base dell’opera carducciana: la Bontà e la Forza. Bistolfi ha dato vita a registri formali assai diversi: l’emergere quasi “a tutto tondo” dal non-finito del masso, la plasticità sporgente dell’altorilievo e lo “stiacciato” del bassorilievo (memore delle formelle a San Petronio di Jacopo della Quercia).

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Sono molte le figure di questo trittico, e non possiamo dilungarci nel descriverle tutte: le figure plasmate da Bistolfi sono di grande espressività e ognuna incarna precisi concetti e sentimenti, tramite attributi o attraverso le eloquenti movenze: la Poesia classica, lo spirito italico, le muse della collera e della rivoluzione, le rime ecc.; inoltre si ravvisano stilemi e citazioni michelangiolesche e neoclassiche.

 

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Ogni elemento e ogni figura vive ed esprime un preciso significato: l’arte, attraverso la bellezza e per il tramite di un’immagine chiara, comunica e trasmette dei valori, custodisce la memoria, la storia, la poesia e le emozioni; le astrazioni e i concetti vengono tradotti con genialità e fantasia in immagini calzanti. Forma e contenuto sono fusi insieme, e generano il linguaggio che l’artista impiega per arrivare al sentimento e all’intelligenza del contemplante.

***

Tali opere, mostrate qui attraverso le mie foto, sono solo alcune delle diverse realizzazioni novecentesche che si possono ammirare a Bologna. Spero che le foto possano essere da stimolo alla scoperta di opere più moderne, le quali convivono con il patrimonio di antichi splendori della città, e che possono innamorare e incantare quanto i capolavori del passato.

 

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